Il figlio non era suo, la ex nega per anni ma ora dovrà risarcirlo

Modena, la convivente gli ha sempre detto che era padre del ragazzo Incastrata dal test del Dna e da una lettera-confessione

MODENA Per anni di fronte ai suoi dubbi la convivente ha continuato a ripetere che il figlio era suo. Sì, ammise la compagna dopo la nascita del bimbo, aveva avuto una scappatella, ma con rapporti “protetti”. Ma quando lui, destabilizzato psicologicamente, ha avviato una causa, è emerso che aveva ragione: l’analisi del Dna voluta dal giudice ha inchiodato l’ex compagna. L’ex convivente ha chiesto a un secondo giudice un risarcimento per un danno alla salute e un danno patrimoniale, e il giudice ora gli ha riconosciuto solo il secondo: la ex dovrà pagargli 10mila euro più interessi per le spese sostenute per quattro anni di mantenimento di quel bambino che non è mai stato suo figlio.

LA LUNGA CAUSA La sentenza è stata pronunciata dal Tribunale civile di Modena al termine di una causa su una vicenda durata una decina di anni. La coppia inizia la convivenza nel 1996. Lui è un maestro di sport della provincia di Modena che gira spesso per lavoro e si assenta anche per lunghi periodi; lei resta a casa. Nel 2004 vorrebbero un figlio ma la donna non resta incinta. Lui inizia a soffrire e nei suoi turbamenti senza sbocco alza sempre più spesso il gomito. Nel maggio 2005, quando lui si trova lontano a insegnare la sua disciplina sportiva, lei lo tradisce e resta incinta. Venendo a sapere del “lieto evento”, il compagno esprime perplessità, ma lei lo rassicura. Solo poco dopo la nascita del bimbo arriva ad ammettere di avere avuto un flirt cn alcuni rapporti sessuali “protetti”. Il maestro sportivo, avvilito e sempre più dedito all’alcol, non crede a questa versione. Diventa irascibile. Trascura quel bambino che non riconosce come suo figlio senza averne le prove. Finché una sera del 2008 si arriva alla resa dei conti. Lui ubriaco sfascia i mobili urlando: “Te la farò pagare!” Così si chiude la loro relazione.

LA LETTERA Soltanto quando l’ex convivente decide di avviare una causa civile si arriva alla sconcertante scoperta: la relazione del perito spiega che dall’analisi del Dna emerge che il padre del bambino in effetti non è lui. Spunta anche una lettera di spiegazioni, considerata ora dal giudice un elemento chiave per capire a vicenda, nella quale scrive: «So che non hai più fiducia ma i miei comportamenti di questo anno e mezzo sono stati dovuti alla confusione e alla paura che avevo». E più avanti: «Dopo anni tanto belli mi chiedevo se davvero volevi stare con me. Eri sempre più distratto, preso dal tuo lavoro e dalla tua lontananza. Il momento in cui ho ceduto, per il continuo logorio, è stato di essermi confidata della paura di essere lasciata, nei continui momenti da sola, alla persona sbagliata che se ne è poi approfittata».

LA SENTENZA Secondo il giudice, il Dna e la lettera sono le prove principali che non solo sconfessano i rapporti “protetti” raccontati dalla donna ma soprattutto sul fatto di non aver mai nutrito dubbi sulla paternità del bimbo. Non solo: il giudice sottolinea quanto sia grave che, dopo la scoperta della gravidanza, lei non gli abbia mai manifestato alcun dubbio sulla paternità del nascituro. Non si è mi posta il problema della veridicità del riconoscimento fatto in buona fede dal suo compagno e presunto padre. Un “atto omissivo illecito” che ha sicuramente leso il diritto costituzionalmente protetto dell’ex convivente di sapere che poteva non essere il padre del bambino che, «seppur non correlata a un obbligo di esclusività delle relazioni affettive e sessuali (in mancanza di vincolo matrimoniale è d’obbligo la fedeltà) appare comunque posta in violazione del generale dovere di lealtà e correttezza tra conviventi». Quanto ai danni, il giudice spiega che non può riconoscere danni fisici ma patrimoniali sì e liquida l’uomo a un risarcimento equitativo di 10mila euro più interessi.