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«Facevano fare le loro analisi da un laboratorio non abilitato»

L’azienda Bianchini operava in un regime semplificato nella gestione dei rifiuti, quando invece avrebbe dovuto operare nel regime ordinario, e presentare fideiussioni per lo stoccaggio, come...

L’azienda Bianchini operava in un regime semplificato nella gestione dei rifiuti, quando invece avrebbe dovuto operare nel regime ordinario, e presentare fideiussioni per lo stoccaggio, come chiedevano anche le diffide che erano state inviate dalla Provincia. In via dell’Industria a San Felice, Arpa infatti ha documentato all’epoca 200mila metri cubi di materiali da trattare, quando invece il regime semplificato è consentito per una gestione complessiva annua di 120mila. In azienda invece ce ...

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L’azienda Bianchini operava in un regime semplificato nella gestione dei rifiuti, quando invece avrebbe dovuto operare nel regime ordinario, e presentare fideiussioni per lo stoccaggio, come chiedevano anche le diffide che erano state inviate dalla Provincia. In via dell’Industria a San Felice, Arpa infatti ha documentato all’epoca 200mila metri cubi di materiali da trattare, quando invece il regime semplificato è consentito per una gestione complessiva annua di 120mila. In azienda invece ce n’erano tre volte oltre il massimo, hanno sintetizzato ieri i tecnici di Arpa.
Con una testimonianza alla quale i legali della difesa, avvocati Bonfante e Garuti, hanno opposto numerose domande e contestazioni.
E tuttavia il tecnico Pasetti, in sintonia con le colleghe Zanini e Scialoia, è stata categorica e tranciante su tutta la linea.
Specie sul punto centrale di tutta la vicenda. Il maresciallo Costantino ha infatti chiarito che, in varie intercettazioni ed esternazioni “ascoltate” dai carabinieri, Augusto e il figlio Alessandro hanno paventato una sorta di sabotaggio, ad opera della ditta concorrente Fratelli Baraldi. Insomma: Baraldi avrebbe conferito materiale contaminato a Bianchini, fornendo documentazioni che invece lo accreditavano come “pulito”.
Ma Pasetti è stata categorica: «L’azienda avrebbe dovuto effettuare proprie analisi del materiale in entrata, una per ogni cantiere gestito, e, nel caso di forniture dalla stessa ditta, una ogni cambio di materiale conferito, o a cadenze temporali e quantitative. Inoltre, il materiale in ingresso andava stoccato in un’area, prima di entrare in lavorazione. Nulla di questo è accaduto, e il laboratorio di San Prospero al quale l’azienda si rivolgeva, e che certificava l’assenza di amianto dai materiali gestiti dalla Bianchini, non è abilitato».
Insomma, un quadro di ambiguità preoccupante: La B. Costruzioni trattava materiali che non poteva trattare, mescolando agli inerti fibrocemento contaminato di amianto, facendosi pagare per il materiale in ingresso e facendo pagare 29 euro a tonnellata quello - poi rivelatosi contaminato - che veniva conferito ai Comuni. Ieri la difesa, nei controesami all’udienza Aemilia, ha più volte cercato di riportare le valutazioni al clima complesso dell’emergenza sisma.