San Felice. «Bianchini informato prima dei blitz»

Carabinieri: «Trovato nel suo ufficio l’atto che disponeva controlli». Imputato accusa: «C’era amianto? Dovevate salvarmi»

REGGIO EMILIA. «Quando l’8 novembre 2012 siamo entrati per la perquisizione nell’ufficio di Augusto Bianchini abbiamo notato sulla sua poltrona un foglio, un documento della Regione a firma del commissario Errani, inviato all’Arpa di Modena e Reggio e per conoscenza ai sindaci di 5 comuni. In questa nota si diceva di eseguire controlli nei plessi scolastici a Reggiolo, San Felice, Mirandola, Concordia, Finale, perché era stato rinvenuto amianto presso nel riciclato fornito da Bianchini per piazzale Italia di San Felice. La lettera era datata 31 ottobre, otto giorni prima del nostro ingresso. Era indirizzata agli organi di vigilanza, ma era sulla sedia della persona che doveva subire questi accertamenti...».
È stato questo uno dei passaggi più importanti della testimonianza dell’ex ispettore del Corpo Forestale dello Stato, ora maresciallo dei Carabinieri forestali, Marcello Marchi. L’ultima testimonianza che ha concluso il “capitolo amianto”, cui è stata dedicata una giornata intera del processo Aemilia a Reggio, fino a tarda sera. Testimonianza che ha ancora una volta evocato il dubbio di favori e attenzioni speciali per questa azienda, da parte di qualche istituzione. In giornata, come già riferito, si erano registrate le parole pesanti dei carabinieri e dei tecnici di Arpa circa la possibilità concessa dal Comune (col supporto della Provincia) a Bianchini di rimuovere gli inerti contaminati violando le norme sui rifiuti pericolosi, all’esito di una conferenza di servizi in cui Arpa si era decisamente opposta a questa eventualità.
In un’ora di esame e controesame, sono emersi dalla testimonianza dell’ispettore Marchi parecchi spunti, di cronaca e di giustizia. Si è scoperto ad esempio che nè la Forestale, nè Arpa hanno rinvenuto nelle perquisizioni la documentazione sugli inerti che dalla ditta Bianchini sono finiti in piazza a San Felice. Inerti che poi si sono rivelati contaminati e che alla rimozione - quella che per Arpa e carabinieri era irregolare e pericolosa - corrispondevano a circa 1400 quintali. Con i legali, Marchi si è anche confrontato sulle modalità di gestione dei rifiuti che entravano nell’azienda Bianchini (nel 2012 Marchi ha quantificato 120mila tonnellate) e delle corresponsabilità di Bianchini qualora fossero stati i produttori a fornirgli materiale contaminato, o documentazione di analisi fasulla.

Detto che per Arpa i controlli li doveva effettuare anche Bianchini prima di mescolare e rivendere come materia prima quei rifiuti, Marchi ha sottolineato che delle 70mila tonnellate del sisma, il 30% provenivano comunque dai cantieri di Bianchini, e quindi ne fosse responsabile lui, se contaminati. Discussioni tecniche, che ovviamente lasciano le parti sulle rispettive posizioni.
Tra le altre testimonianze, quella di Annalisa Zanini, dirigente Arpa, la quale ha confermato la sua partecipazione ai sopralluoghi nei siti oggetto di indagini da parte di Arpa.
Sul sito specifico del cantiere edile della Phonix, in via Lavacchi, Zanini ha confermato che nel primo sopralluogo effettuato con l’Ausl «era stato eseguito nell’area esterna al capannone un campione conoscitivo di fibrocemento risultato all’analisi positivo alla presenza di amianto. In un secondo sopralluogo tutta l’area esterna appariva ricoperta con materiale fine pressato e il fondo costituito da riciclato non era più visibile».
All’udienza era presenta anche Luigi Alleluia, imputato e considerato accolito della cosca che aveva piazzato i suoi operai nell’azienda Bianchini. Proprio Alleluia venne chiamato da Bianchini per fare il famoso “pavimento” che dalle intercettazioni e dalle indagini dei carabinieri doveva seppellire gli inerti contaminati e nascondere la presenza di amianto alla Phonix. Alleluia a fine udienza è intervenuto, accusando i carabinieri: «In una intercettazione io dovevo fare un getto, se i carabinieri hanno sentito perché non hanno fermato tutto… Non mi hanno tutelato né a me né ai miei colleghi, perché non l’hanno fatto?», ha accusato.
«Chi ascoltava le intercettazioni avrebbe dovuto chiudere il cantiere a tutela di tutti gli operai ed impedire qualunque movimento sul cantiere. Infine è provato che nè Alleluia nè Bolognino Michele hanno mai avuto a che fare con gli altri 26 siti della Bianchini trovati positivi all’amianto. Vuol dire che non vi era nessun collegamento tra il problema di Bianchini relativo all’amianto e gli imputati del capo 91 che io difendo», ha chiosato a margine l’avvocato Pisanello.
Alberto Setti