Processo Aemilia. “Soffiate” di Stato per aiutare i Bianchini

I carabinieri mostrano video e atti che accusano funzionari disposti a passare documenti riservati a favore degli imputati

Ndrangheta, gli affari della cosca di Reggio Emilia finiscono in Veneto

REGGIO EMILIA. Il maresciallo si chiama Emidio D'Agostino. Lavora per il reparto investigativo dei carabinieri di Modena. Ma ieri (in tutt’altro contesto rispetto alla bomba atomica del 1945) ha pilotato sul processo Aemilia l’ “Enola Gay” dei carabinieri, ovvero il lavoro di anni di intense indagini. Sganciando un ordigno devastante per la credibilità di un’altra fetta del sistema istituzionale modenese.


Nel cuore dell’udienza dedicata ai rapporti tra la famiglia e le imprese di Bianchini da una parte e la ’ndrangheta all’emiliana dall’altra, è così deflagrata una nuova devastante verità. 

Quella di una organizzazione dello stato dentro lo Stato, e contro lo Stato. Una specie di “Spectre”, capace di favorire imprese e persone Bianchini, imputate di collusioni con la ’Ndrangheta, amiantizzazioni, false fatturazioni e amenità varie. Il tema dovevano essere infatti i Bianchini e i loro “soci”. E tuttavia la testimonianza di D'Agostino ha squarciato i veli dei protagonisti di un’altra inchiesta, finora solo chiacchierata, della Direzione investigativa antimafia di Bologna. Perché i soci a questo punto non sono soltanto i Michele Bolognino e accoliti vari, ritenuti esponenti della nuova ’Ndrangheta. Ma anche boiardi di Stato. Capaci - in cambio di chissà cosa: soldi, favori, potere, medievale riconoscenza a qualche politico importante... - di passare ai Bianchini informazioni segrete e riservate. Per consentire ai Bianchini di schivare i colpi della legge, delle inchieste Aemilia e amianto, e della esclusione alla white list. Violando ogni legalità, ogni lealtà, ogni credibilità delle istituzioni cui appartengono.

Ce n’è per tutti: per il funzionario della Dogana che vantandosi di avere accesso alla cassaforte del prefetto di Modena si impossessava dei documenti riservati sui Bianchini, se li portava fuori dalla Prefettura di Modena e li mostrava, orgoglioso del suo “potere” occulto, ad Alessandro Bianchini. In un angolo appartato di piazza Roma, sotto l’Accademia. Documenti che annunciavano imminenti controlli, o l’arrivo di provvedimenti.
Ce n’è per il Prefetto e il Questore dell’epoca. I quali, per schivare le reprimende del politico Carlo Giovanardi - pronto ad evocare l’uso delle armi e a vantarsi di avere sostenuto delle “risse” con loro - dapprima si accusavano reciprocamente di non avere aiutato i Bianchini. E poi, messi alle strette dal senatore “giustiziere” - finivano per accusare i carabinieri.

Ce n’è per qualche funzionario della prefettura, che provava a far passare la legalizzazione della Ios di Alessandro Bianchini (ritenuta invece clonazione della Bianchini costruzioni finita nei guai), condizionando l’esito delle riunioni sul tema.
Ce n’è per una “fantomatica” agenzia investigativa che - spillando 50mila euro prima alla Baraldi Costruzioni e poi ai Bianchini - ne dominava le azioni... legali. Cercando dubbie strade per restituire loro - nello specifico ai Bianchini - una patente di legalità ormai perduta.

D'Agostino ha raccontato questo e altro, con una passione che il presidente del Tribunale ha dovuto anche anestetizzare. Ma che, è presumibile, deriva da due anni in paziente attesa di sviluppi forti, dopo la sconcertante scoperta del gennaio 2015, durante le perquisizioni connesse agli arresti e ai sequestri di Aemilia. Nei computer dei Bianchini, i carabinieri e il consulente della Procura hanno infatti scovato (tra tanto altro) 23 video, che ieri il pm Marco Mescolini ha consegnato al giudice. Video girati di nascosto - pensa un po’ - da Alessandro Bianchini, nel pieno della battaglia per scrollarsi di dosso la questione amianto e ottenere l’iscrizione alla white list.
Alessandro ha filmato con il telefonino i suoi incontri con Giovanardi, con il funzionario De Stavola, con Prefetto e vice, con Questore, avvocati... Ed è visionando quei filmati che i carabinieri hanno scoperto la “Spectre” modenese. Roba da schifarsi, da non credere.


Ma i video, la cui produzione è stata timidamente contestata dalla difesa Bianchini, sono lì a certificarlo. A certificare - grazie al lavoro della Dia, del maresciallo e dei suoi colleghi - che i tentacoli di Aemilia sono ovunque.