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Ricostruito il patto della cosca con Bianchini 

I carabinieri: «Operai pagati 10mila euro, il resto ai boss». E alle Posta la direttrice “amica”

REGGIO EMILIA. Retribuzioni fittizie, inferiori ai mille euro per evitarne la tracciabilità. I soldi veri infatti, attraverso fatture false, finivano in mano della cosca, che pagava gli operai-schiavi inseriti dalla ’ndrangheta nell’impresa Bianchini di San Felice, ma tratteneva la cassa edile, i buoni pasto, le liquidazioni... Soprattutto tratteneva il potere.
Il tutto finchè non è esplosa - per caso - l’inchiesta amianto, sulla contaminazione di tendopoli, scuole, fabbriche della ricostruzi ...

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REGGIO EMILIA. Retribuzioni fittizie, inferiori ai mille euro per evitarne la tracciabilità. I soldi veri infatti, attraverso fatture false, finivano in mano della cosca, che pagava gli operai-schiavi inseriti dalla ’ndrangheta nell’impresa Bianchini di San Felice, ma tratteneva la cassa edile, i buoni pasto, le liquidazioni... Soprattutto tratteneva il potere.
Il tutto finchè non è esplosa - per caso - l’inchiesta amianto, sulla contaminazione di tendopoli, scuole, fabbriche della ricostruzione nella Bassa. Perché a quel punto la ’ndrangheta in società coi Bianchini - scelto perché vinceva gli appalti e aveva gli amici nelle amministrazioni - ha fatto un passo indietro, provando a nascondersi.
Peccato che i carabinieri stessero già intercettando quegli uomini della cosca: il maresciallo Costantino del nucleo investigativo di Modena, testimone dell’accusa, ieri mattina ha ricostruito un quadro inquietante della progressiva infiltrazione nell’Emilia “degli anticorpi”.
Quadro lungamente censurato dai difensori di Bianchini, presente in aula con la moglie Bruna Braga, a sua volta imputata. Nel pomeriggio il prof Giulio Garuti ha contestato punto su punto la versione del maresciallo. Sull’entità delle retribuzioni, sulla credibilità degli accertamenti fiscali, sui rapporti tra Bianchini e il boss Michele Bolognino, che assisteva dal carcere, e con i sodali Sergio Bolognino, Lauro Alleluia, e via discorrendo. Fino a Gaetano Belfiore, aspirante genero di Nicolino Grande Aracri. Il quale sarebbe pure intervenuto, da Cutro, per sponsorizzare la riassunzione di Gaetano, dopo la cessazione del primo rapporto di lavoro.
Ne è scaturito un confronto intriso di tensioni, nel corso del quale il maresciallo ha dovuto difendere più volte la sua ricostruzione, e più volte ha dovuto rispondere di non avere eseguito gli accertamenti di cui Garuti gli chiedeva conto.
Il tema è noto, e scottante. Un po’ come le intercettazioni che i carabinieri hanno riprodotto in aula. A cominciare dalle risate dei cutresi nel giorno del terremoto del 20 maggio, per significare che sarebbe arrivata per loro l’occasione di aprire i cantieri.
Poi le intercettazioni tra Bolognino, considerato il capocosca locale che forniva “i cristiani” (ovvero gli operai della ’ndrangheta coordinati dal “reclutatore” Lauro Alleluia) e lo stesso Bianchini.
Molte delle intercettazioni sono avvenute nel capannone di Montecchio Emilia di Bolognino, con l’aiuto di altri affiliati come Giuseppe Richichi, che arriva a minacciare due operai convocati per la riscossione: «Non (osare a) guardarmi, cos’hai da guardare? Ti licenzio...». «Già ti avrei dovuto licenziare, la prossima volta..».
In quel capannone si facevano i conti e si prendevano le decisioni, compresa quella di “sequestrare” i buoni pasto erroneamente consegnati da Lauro Alleluia agli operai: «Agli operai i buoni non li devi dare, vedi di farteli restituire, sennò vedi che stasera ti possono firmare le lettere di licenziamento. I blocchetti li prendi tu... Li devono dare a me. Il mangiare lo portano da casa, sennò stanno tutti a casa... Non gli conviene di firmare stasera la lettera di licenziamento sennò noi..., dai colpi in faccia sai come lo faccio girare?»..
Parliamo di operai che figuravano pagati 23 euro l’ora e che da un’altra intercettazione con uno “zio” in Calabria invece risultano pagati 10 euro. Perché il resto lo teneva la cosca. Fino, appunto all’inchiesta-amianto, quando Bolognino lamenta: «Fattura non si può più fare, al telefono non si può più stare sennò pago (inteso vengo scoperto ndr), non posso andare là che hanno messo le telecamere...».
Già, perché il boss Bolognino a San Felice nella sede della Bianchini prima ci andava, eccome. Il giorno che i carabinieri lo bloccano nel cantiere del cimitero a Finale (dove la cosca lavorava con suoi uomini alla costruzione delle scuole e alle opere di urbanizzazione, come a Mirandola, Concordia e Reggiolo) era stato fotografato alla Bianchini, nei cui uffici si era a lungo trattenuto. Ci era arrivato sulla sua “utilitaria”: un Bmw X6.
Gli investigatori hanno ritenuto che a favorire i pagamenti in nero ci fossero le fatture fittizie, come quella (l’avvocato Garuti ha replicato che di altre non c’è traccia) da oltre 30mila euro, emessa dalla compiacente Transmec del compiacente Pino Giglio (poi pentito) per noleggio di camion mai avvenuti. Il pagamento della Bianchini fa un lungo giro (dalla immobiliare 3 alla Arcon fino a Carmine Belfiore) e alla fine si monetizza grazie ad una compiacente dirigente di un ufficio postale a Reggio, che falsifica le “prenotazioni” per far avere subito i soldi a quanti li incasseranno in contanti.
Dirigente che poi chiamerà, intercettata al telefono, per ringraziare l’uomo del clan che le aveva concesso una seduta gratuita nel centro estetico di sua proprietà. Un altro pezzo di pubblica amministrazione al servizio della ’ndrangheta emiliana.
Alberto Setti