Visita a Modena del boss Grande Aracri 

Esami al Policlinico e pranzo al ristorante sulla Vignolese, con il “genero” poi assunto dalla ditta Bianchini a San Felice

Le immagini mostrate ieri dai carabinieri di Modena in Tribunale a Reggio sono inoppugnabili: Nicolino Grande Aracri, leggasi capo della ’ndrangheta cutrese, oggi al carcere duro a Opera, in... visita a Modena.
Ovvero in uno dei territori operativi della derivazione locale della cosca, conclamata nell’inchiesta Aemilia, con i suoi oltre duecento imputati, tra calabresi trapiantati e modenesi doc e collusi: imprenditori, politici, appartenenti alle forze dell’ordine, professionisti... Nicolino, che al Processo Aemilia non è imputato per associazione mafiosa ma che viene considerato il punto di riferimento della mafia calabrese 2.0 evoluta tra prosciutti e tortellini, compare nell’ombra, a più riprese, nella stessa inchiesta. E è arrivata la prova della sua apparizione “concreta” da queste parti, a certificare un pranzo in un ristorante di via Vignolese e una visita medica al Policlinico. Ad accompagnarlo i parenti, la sorella, il cognato, la moglie (non indagati), alcuni dei quali trapiantati nel reggiano, con base operativa a Brescello, dove la gente definiva il fratello Francesco (destinatario a sua volta di provvedimenti vari, inchieste e confische) “una brava persona che ha dato da lavorare”. E dove il sindaco Coffrini, nel darne parimenti un giudizio positivo, si è ritrovato in un turbine di polemiche che hanno portato ad indagini e allo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Le immagini mostrate ieri ritraggono Nicolino all’uscita di un ristorante in via Vignolese. Era il 15 dicembre del 2012, ed eravamo nella piena emergenza post sisma, evento che aveva peraltro scatenato gli appetiti della cosca, come mostrano le intercettazioni degli stessi carabinieri. Quelle immagini le hanno scattate i carabinieri, che da tempo tenevano d’occhio l’uomo più temuto della cosca, sempre elegante, sempre sfuggente. A fargli da autista e giovane accompagnatore c’era anche Gaetano Belfiore, a sua volta con parentele importanti tra i cutresi trapiantati. Di più, fidanzato della figlia di Nicolino. E, per alcune settimane, inserito come dipendente della Bianchini costruzioni di San Felice i cui titolari, è noto, sono a loro volta imputati. Che Nicolino avesse benedetto quella assunzione nella ricostruzione del giovane e aspirante genero è la convinzione degli investigatori. Convinti cioè che le strategie dell’alleanza tra le imprese modenesi e la cosca emiliana fossero condivise con la “casa-madre” in Calabria. Per dimostrarlo i carabinieri hanno accolto ed evidenziato ai giudici altre intercettazioni, come la conversazione del 18 luglio 2012 tra Augusto Bianchini e Michele Bolognino, considerato un mandatario di area e socio di Bianchini nella ricostruzione post sisma. «Sono in Calabria per incontrare il geometra...».
“Geometra” che secondo i carabinieri è proprio Nicolino Grande Aracri, come evidenzierebbero altre intercettazioni “criptiche”, con il pentito Giglio e con Alfonso Diletto, che a sua volta avrebbe partecipato al vertice. Come evidenzierebbero soprattutto le “celle” che agganciavano tutte quelle telefonate. Tutte “celle” attorno a casa di Nicolino, vicina ad una nota piazza di Cutro. In più, Bolognino quel giorno non rispondeva al telefono. Impegnato com’era a parlare col boss, che alcune settimane dopo riappariva a Modena, prima delle decisioni dei giudici che lo hanno incarcerato.