Aemilia tra pentiti e “spifferoni” di Stato 

Le due nuove inchieste: migliaia di pagine di dichiarazioni scottanti di Giglio e il ramo-prefettura che coinvolge Giovanardi

MODENA. Intrecci tra equivoche società di consulenza con base in Croazia e sindacalisti che operano nella Bassa, tra funzionari della Prefettura di Modena e politici, pressioni degli amministratori locali perché le autorità che seguivano il fallimento della Bianchini costruzioni assecondassero le intenzioni della stessa famiglia Bianchini. Poi, sullo sfondo, le dichiarazioni del pentito Pino Giglio: migliaia di pagine di trascrizioni, che ad avviso dei carabinieri, continuano a trovare riscontri concreti, consentendo - come è emerso nell’udienza di giovedì a Reggio - una rinnovata e più puntuale lettura dei fatti.
Ha dell’incredibile il vaso di Pandora che l’inchiesta Aemilia sta disvelando. Un quadro preoccupante, come confermato dal procuratore antimafia Nicola Gratteri: l’altro giorno, nel considerare Aemilia un primo passo, ha parlato di continui contatti coi colleghi dell’antimafia di Bologna. Perché a questo punto dal Processo Aemilia ne stanno per nascere di nuovi.


IL PENTITO GIGLIO
I pm della Dda Beatrice Ronchi e Marco Mescolini stanno riordinando le migliaia di pagine dei racconti di Pino Giglio, il “boss” dei trasporti cui Aemilia ha sequestrato e confiscato decine di camion per spezzare un mercato illegalmente “monopolizzato”, con annessi giri di fatture fasulle che andavano e venivano anche dai Bianchini. Su quelle migliaia di pagine in particolare la dottoressa Ronchi lavora ininterrottamente, in vista della potenziale apertura di nuovi fascicoli di reato.

GLI INFEDELI DI STATO

Un fascicolo invece è aperto da dicembre 2015 a carico di una decina di persone, per l’azione a “tridente” che i Bianchini avevano attuato. Prima per farsi riconsegnare l’iscrizione alla white list revocata dalla Prefettura su suggerimento degli investigatori, poi per ottenere l’iscrizione della nuova ditta del figlio Alessandro, la Ios, che nel frattempo - grazie alle entrature nel Comune di Finale - di lavori pubblici (pur senza white list) ne aveva già ottenuti. Il fatto che nella lunga e dettagliata testimonianza del maresciallo Emidio D’Agostino siano stati svelati i particolari e i video che accompagnarono quell’azione, dimostra che la Dda è pronta a giocare pubblicamente le sue carte, per cui c’è da attendersi a breve una nuova bordata, una Aemilia ter fatta di avvisi di garanzia e di contestazioni nel cuore del sistema pubblico, quel braccio malato dello Stato che stringeva dei patti con i Bianchini, passando informazioni riservate e consegnando - come abbiamo descritto e documentato - i documenti chiusi nella cassaforte del Prefetto. Questa nuova inchiesta, alla luce di quanto fotografato dal maresciallo al processo, si sviluppa giocoforza su tre livelli.


LA SAFI
I carabinieri hanno sequestrato alla Bianchini un mandato (un contratto) da 50mila euro con la società Safi, che fa capo a due persone: Alessandro Tufo e Ilaria Consi, con un procuratore che agiva per loro, Giulio Musto. La società ha sede formale a Milano, ma per i carabinieri la sede che conta è in Croazia. Safi entra in azione su suggerimento della Fratelli Baraldi di San Prospero. Quella che secondo Bianchini gli avrebbe “rifilato” materiali contaminati da amianto, con cui però collaborava. Alla Baraldi infatti i carabinieri trovano analoga documentazione, con contratto del 18 maggio 2013, da 50mila euro.
Safi, con i buoni auspici del senatore Giovanardi e di qualcuno all’interno della Prefettura, aveva ottenuto la riammissione alla White list della F.lli Baraldi, “schermando” gli ex titolari effettivi (Claudio Baraldi) con figure istituzionali e “pulite”. A benedire quel risultato erano stati i sindacati. In particolare un personaggio che tornerà anche in seguito nelle investigazioni. Ovvero quando si trattò di firmare un accordo - per i carabinieri illegittimo - con cui Alessandro Bianchini, in qualità di ex dipendente dei genitori, riusciva a farsi consegnare soldi e automezzi della ditta del padre, per aprire la sua “clonazione”. Il tutto “controfirmato” sempre da quel sindacalista, che validava l’accordo, a discapito degli altri dipendenti. Convocando il sindacalista, i carabinieri hanno scoperto e riferito al giudice che due anni dopo nel portafogli, tra le carte di credito, l’uomo teneva ancora il biglietto da visita della Safi. Così i Bianchini puntavano a replicare lo stesso iter della Baraldi, con gli stessi protagonisti. Safi (la cui presenza uno dei figli di Bianchini, intercettato, suggeriva di tenere segreta) in effetti entrerà in gioco, farà scrivere mail tattiche ai figli di Bianchini, nelle quali si parla di “ingenuità” commesse dal padre. Parteciperà alle riunioni in prefettura, vorrà gestire i rapporti con la stampa... E incasserà quasi 30mila di quei 50mila pattuiti. Ma senza risultati.
 

LE PRESSIONI DI GIOVANARDI
Che il senatore si sia prestato al tentativo di far riammettere i Bianchini, è notorio e documentato. Al processo però è emerso che Alessandro Bianchini lo ha filmato e registrato mentre gli racconta delle sue “risse” con Questore e Prefetto per favorire gli stessi Bianchini, delle sue intenzioni di aggirare il Girer che si era opposto parlando direttamente con il prefetto Bruno Frattasi, a Roma. Nientemeno che il capo dipartimento del Ministero dell’Interno.
Le parole di Giovanardi sull’uso delle armi (“Gli ho detto che se fossi in Bianchini...”) nelle registrazioni sono ingombranti.
Ed è impossibile che una Dda non le prenda in esame, valutando tutti e 23 i filmati di Alessandro, sequestrati nel blitz di gennaio 2015 nei computer dei Bianchini. «Hanno mostrato solo dei pezzi, quei video vanno visti tutti», si è difeso in questa prima fase Alessandro. Avrà modo di farlo anche meglio, negli sviluppi della nuova inchiesta, dove sono confluite anche le 5 mail indirizzate dalla ditta Bianchini allo stesso Giovanardi.
 

LO “SPIFFERATORE” DE STAVOLA
Il terzo ramo dell’inchiesta si incentra su Giuseppe De Stavola, funzionario dello stato presso la Dogana di Campogalliano. È lui a procurare, con la collusione di un altissimo funzionario della Prefettura - che nel frattempo è già stato individuato - le informazioni riservate sugli imminenti controlli fiscali alla Bianchini, e sui verbali delle riunioni dell’antimafia che dovevano decidere l’ammissione o meno della Ios alla White list. Anche di queste conversazioni i carabinieri hanno già mostrato al processo Aemilia gli stralci dei video di Alessandro.
Il quale ha filmato anche l’avvocato Giancarla Moscattini di Formigine, mentre sembra svelare al primogenito di Augusto i particolari di un documento che doveva essere ancora riservato.
Sui rapporti De Stavola-Moscattini non ci sono dubbi. Resta da capire se i tre rami dell’inchiesta (che potrebbe ipotizzare il concorso in reati di pubblica amministrazione, quali abuso d’ufficio, minacce e corruzione) abbiano un unico regista, e chi.


GLI AMICI NEI COMUNI
Giusto per non dimenticare, dato atto che la ditta Bianchini è sempre stata vicina agli amministratori locali anche nelle campagne elettorali, continuano ad emergere nelle testimonianze le azioni (e le omissioni) di alcuni politici e funzionari locali a sostegno dei Bianchini. Ma questa è una storia già nota alla gente della Bassa che per la Dda - almeno finora - non ha sempre raggiunto il minimo “edittale” per ulteriori incriminazioni.