Femia e Bolognino, amore e odio tra i boss emiliani 

Il pentito dello slot racconta omicidi e la cena con Buscetta Poi accusa gli altri ’ndranghetisti che gli hanno spillato soldi

MODENA. Parla Nicola “Rocco” Femia e dice tante cose. Il boss della ’ndrangheta, che ha deciso di pentirsi mentre veniva condannato in primo grado per associazione mafiosa al processo “Black Monkey”, sta raccontando tutto anche ai magistrati della Dda di Bologna, che sono andati in carcere ad ascoltarlo. E il re delle slot machine illegali, quello che progettava di sparare a Giovanni Tizian, sta raccontando tante cose, che andranno poi riscontrate. Ammette di aver ammazzato una persona quando aveva appena 15 anni, su richiesta dello zio Vincenzo, istigato da Vincenzo Mazzaferro, il capo della cosca di Marina di Gioiosa Ionica, che aveva anche rapporti con la camorra e la mafia siciliana. Non a caso Femia, che già aveva svelato di non essere stato “battezzato” alla ’ndrangheta in quanto uomo di fiducia dei Mazzaferro, arriva persino a cenare sulle colline di Torino con Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, che diversi anni dopo svelò al magistrato Giovanni Falcone i segreti di Cosa Nostra.
Femia, ricostruendo la sua carriera criminale, arriva poi al 2002 quando si trasferisce in Romagna e costruisce un impero illegale, fondato sui video poker. È lì che avvengono i contatti con gli uomini di Nicolino Grande Aracri che gravitano tra Modena, Reggio e Parma e con i quali esiste un rapporto di amore e odio. Al processo “Aemilia” è già emerso come Femia e Michele Bolognino avessero pacificato una situazione dovuta ad un’aggressione subita da un uomo di Bolognino ad opera del nipote di Femia. Ma il legame è molto più profondo, come emerge dai primi verbali depositati e a disposizione di tutti.
Bolognino, nei primi incontri, svela subito di essere legato ai Grandi Aracri e insieme a Femia pensano a qualche affare insieme come quel ristorante a Punta Marina Terme, che il boss delle slot affida al compare. Ma intorno ad un ristorante nascono i primi dissapori come quando Bolognino, facendo firmare una carta privata alla fidanzata di Femia (lui è in carcere), promette di dividere 30mila euro che il vecchio gestore del locale gli avrebbe dato. Soldi - dice il pentito - mai ricevuti. E dallo stesso ristorante, colui che comandava gli operai calabresi di Bianchini, “ha anche portato via materiale di arredamento per 27mila euro”, pagati in precedenza dalla compagnia di Femia. La conferma di quei 30mila euro dati a Bolognino dal ristoratore, il collaboratore di giustizia la apprende in carcere da un altro imputato di Aemilia. E sempre per l’operazione a Marina Ionica, Bolognino riesce a trarre in inganno anche Giulio Giglio, fratello di Pino, che gli consegna 20mila euro per entrare nell’affare senza avere però mai alcun vantaggio.

Raggiro analogo vede protagonisti i due boss per un terreno alle Cinque Terre di cui è socio anche Nicolino Grande Araci: Bolognino vuole vendere a Femia il 25% a 125mila euro, ne incassa 15mila come anticipo ma del progetto non se ne farà più niente. Come del resto Femia recede dal fornire al bar di Parma di Bolognino le slot machine illegali perché poco redditizie.
Esempi, quindi, di un rapporto consolidato, non sempre leale, ma comunque ben radicato, che unisce due ’ndranghetisti di livello, protagonisti da oltre un decennio anche nel Modenese.