Le chiamate di Giovanardi alla Corte Costituzionale 

Processo Aemilia e favori ai Bianchini. Il giudice accoglie la richiesta della Dda per stabilire se sia veramente necessaria l’autorizzazione a procedere del Senato

Sarà la Corte Costituzionale - l’organo chiamato a verificare se le leggi dello Stato rispettano la Costituzione - a decidere sul caso del senatore Carlo Giovanardi, indagato per rivelazione di segreti di ufficio e minacce a corpi dello Stato nell’ambito dell’inchiesta Aemilia Ter.
Sciogliendo la riserva che aveva formulato nell’udienza del 26 giugno, il giudice delle indagini preliminari di Bologna, Alberto Ziroldi, ha sospeso il procedimento penale che riguarda Giovanardi, e ha trasmesso la questione alla Corte Costituzionale.
Ripassiamo: la Direzione Distrettuale Antimafia, svelando con gli atti l’esistenza di Aemilia Ter (indagati i Bianchini, alcuni funzionari della prefettura di Modena, i vertici della misteriosa agenzia investigativa Safi, il senatore Giovanardi), ha interpellato il giudice Ziroldi perché è coinvolto un parlamentare.
In soldoni: la Costituzione all’articolo 68 prevede che per utilizzare intercettazioni di un parlamentare occorre ottenere l’autorizzazione a procedere. In questo caso il Senato avrebbe dovuto pronunciarsi su Giovanardi: Ziroldi, in teoria, avrebbe dovuto trasmettere gli atti al Senato ed attendere la decisione dei colleghi di Giovanardi, se procedere con l’inchiesta o bloccarsi.
Il dubbio. La legge che ha dato attuazione all’articolo 68 (legge 140 del 2003) prevede che venga richiesta la autorizzazione a procedere per le “intercettazioni” (quindi ad esempio per le telefonate che sono intercorse tra Giovanardi e altri) ma la estende anche ai tabulati (quindi non i contenuti delle conversazioni, ma la sola esistenza di chiamate in entrata e in uscita tra il Giovanardi e - in questo caso - la famiglia Bianchini).
Il 26 aprile i difensori degli imputati (avvocati Garuti, Sivelli e Giovanardi figlio, Davide) hanno chiesto di non consentire l’acquisizione delle intercettazioni e anche dei tabulati e di far distruggere tutta la relativa documentazione. Motivo: la richiesta della Dda sarebbe stata formulata in ritardo.
I pm Marco Mescolini e la collega Beatrice Ronchi in risposta hanno a quel punto ipotizzato la questione di legittimità.
L’intento è chiaro: attenere dalla Corte Costituzionale la pronuncia che non è dovuta alcuna “autorizzazione a procedere” del Senato per acquisire i tabulati (che non sono le intercettazioni previste dall’articolo 68).
E così sottrarre al Senato il potere di salvare Giovanardi, garantendo quantomeno alla Dda la utilizzabilità dei tabulati, cioè di quelle 400 chiamate tra i Bianchini e Giovanardi. Tabulati che dimostrano come fossero gli uni e gli altri compatti nel cercare di salvare (anche con le minacce ai carabinieri e alle altre forze di polizia) la ditta Bianchini infiltrata dalla ’Ndrangheta.
E in effetti il giudice Ziroldi, sollevata la questione di costituzionalità, ha dichiarato di non poter procedere sulle domande della Dda e delle difese, almeno fino alla pronuncia della Corte Costituzionale.