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20 maggio 2012, ore 4.03: Quei venti secondi interminabili La Bassa un mare in tempesta

Oltre10mila famiglie sfollate e 40mila in cassa integrazione poi la forza di rinascere TERREMOTO EMILIA: LO SPECIALE I VIDEO

“Vita in te ci credo, le nebbie si diradano e oramai ti vedo, non è stato facile uscire da un passato che mi ha lavato l'anima fino quasi a renderla un po' sdrucita...” (“Vita”, Dalla-Morandi).

Io non ho paura

Venti secondi. Venti secondi che cambiano la vita. Un territorio che è un biliardo e che in quei venti interminabili secondi diventa un mare in tempesta. Provate a guardare il vostro orologio e le l ...

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“Vita in te ci credo, le nebbie si diradano e oramai ti vedo, non è stato facile uscire da un passato che mi ha lavato l'anima fino quasi a renderla un po' sdrucita...” (“Vita”, Dalla-Morandi).

Io non ho paura

Venti secondi. Venti secondi che cambiano la vita. Un territorio che è un biliardo e che in quei venti interminabili secondi diventa un mare in tempesta. Provate a guardare il vostro orologio e le lancette. In venti secondi la vita di una fetta di Emilia, di Modenese, la vita di 150mila persone cambia. Viene sradicata.

Terremoto: all'epicentro del sisma del 20 maggio

Dimenticato dalla storia che cinque secoli prima aveva sconquassato l’Emilia abbattendo case e chiese. Anticipato quasi fosse una maledizione, un segno del destino, da un fantomatico progetto di trivellazione nel sottosuolo di Rivara per quello che doveva essere uno dei più grandi stoccaggi sotterranei di gas d’Italia e contrastato prima dai cittadini (non sulla scorta di semplici slogan e no ma forti di corpose documentazioni scientifiche e consulenze di esperti), poi anche da una parte dei partiti e dalla Regione; nel bel mezzo di un Paese che è con le casse vuote, a rischio default, reduce da uno spread che aveva toccato quota 500 ed era stato costretto ad affidarsi alle “cure” dell’ennesimo governo tecnico... alle 4,03 del 20 maggio 2012 la “faglia” che taglia l’Emilia decide che il tempo del letargo è finito. E si spacca.

Venti secondi per un pugno che ha la forza di magnitudo 5,9 e che come un’onda arriva ad abbattere case, scuole, fabbriche, campanili, centri storici. L’epicentro è nel Ferrarese ed è lì che si conteranno i primi morti. Sette. Ma senza saperlo, per la gente della Bassa, i nove comuni dell’Area Nord, il peggio deve ancora venire. Nove giorni dopo... alle nove, un altro pugno di magnitudo 5,8 che arriva dopo migliaia di scosse, sarà quello del definitivo kappao. E lì si contano i morti. Diciotto.
In un’Italia che solo dopo alcune ore inizia a dare voce al terremoto Emilia in una domenica dove nessuno pensa di interrompere le trasmissioni, non capendo la portata della tragedia e dove 48 ore dopo il sisma l’allora presidente del Consiglio Mario Monti fa una fugace visita a Finale, liquidando i terremotati con un “tecnico” «soldi solo per l’emergenza».

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Più che emergenza è una vera e propria tragedia. Per il Modenese ma anche per il sistema Italia, visto che questo fazzoletto di terra produce da solo il 2,2% del Pil del Belpaese, ha ricavi per 19,6 miliardi, e esporta per 12,2 miliardi. Il valore aggiunto perso viene calcolato in 3,1 miliardi mentre sono stimati in due miliardi e mezzo i danni all’agroalimentare. In venti secondi la gente perde la casa, le scuole, una buona fetta della storia che ha attraversato i secoli, mentre il mondo intero punta le telecamere sulla Rocca Estense di San Felice in bilico e che diventa il simbolo del “teniamo botta” che accompagnerà giorni e mesi di questa terra.

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Laboriosa e coraggiosa. La gente perde il posto di lavoro - a sei mesi dal terremoto si conteranno 40mila lavoratori in cassa integrazione - ma dall’estero arrivano le telefonate degli ospedali che al distretto del biomedicale chiedono reni artificiali, sacche di sangue, strumenti per la dialisi. È in questi giorni che gli italiani scoprono l’importanza non solo umana ma anche economica di quella che ben presto viene definita una delle locomotive dell’economia. Così non è un caso che alla fine, una multinazionale americana che nella Bassa ha messo radici solide ammetta: «Ci inchiniamo a questa gente perchè non un paziente di un ospedale in giro per il mondo ha rischiato di morire perché da questa terra martoriata non arrivava la strumentazione richiesta. Si è continuato a lavorare e produrre eccellenza in condizioni impensabili...».

Finale, un mese dopo il terremoto


In un’Italia che non ha memoria è bene ricordare tutto questo. Contestualizzare tutto questo. Prima dei numeri che accompagnano ogni tragedia. È bene ricordare come questa fetta di Modenese e di Emilia, pur non nascondendo i problemi ancora oggi presenti nel percorso della ricostruzione, siano riusciti a rialzarsi. A riaprire già quattro mesi dopo il terremoto le scuole. A riportare sui binari di una locomotiva - che è tornata a correre trainando la lenta ripresa del resto del Paese - le aziende del territorio e i suoi distretti. Dal biomedicale a quello meccanico per finire all’agroalimentare, con quelle scalere del parmigiano rovesciate nei caveau del formaggio. Comunque lo si guardi, di qualsiasi partito siate, il Terremoto Emilia , ben lungi dall’essere finito nell’opera di ricostruzione, è stato tutto questo.

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Con una Regione e un Vasco Errani capaci di battere i pugni sui tavoli dei governi che si sono succeduti. In un Paese ferito ogni anno ogni mese ogni giorno dai dissesti provocati dalla negligenza dello Stato, l’Emilia è diventata un simbolo di come si può rinascere. Costruendo sulla propria pelle - e anche i propri errori nelle centinaia di ordinanze fatte dalla Regione per il terremoto - un percorso legislativo apripista in tema di Calamità Naturali per tutto il Paese. Con questi numeri: 28 i morti, i danni di quelle 2500 piccole grandi scosse sono stati calcolati in oltre 11 miliardi. 112mila le persone colpite, 45mila gli sfollati. 10400 le unità abitative con lesioni classificate E, ovvero gravi o talmente gravi da dover essere abbattute. 20442 le case inagibili e 9.051 invece gli edfici. 8100 i nuclei familiari che chiesero il Cas, contributo di autonoma sistemazione, 700 i Map, gli alloggi d’emergenza realizzati alle porte dei paesi per gli sfollati senza una casa. 1056 le aziende che furono costrette a delocalizzare e 4800 un anno dopo erano i posti di lavoro persi. E oggi?
Cinque anni dopo quel boato cupo della “bestia” che avanzava nel sonno - e che solo per un puro caso risparmiò la vita di bambini che la domenica mattina di quel 20 maggio avrebbero celebrato la Comunione nelle chiese della Bassa - cosa resta?
Una strada ancora lunga e in salita. Se le aziende hanno ripreso il proprio passo (ma non tutte sono rientrate dove erano e i cantieri sono ancora aperti), se le scuole sono state riaperte, c’è ancora chi non è tornato nella propria casa. I centri storici erano e restano martoriati, anche se si continua a ripetere che sono una priorità e si fanno incontri puntando sulla “attrattività da rilanciare”. Il patrimonio storico, culturale e religioso è fermo o quasi. Mancano i servizi che ridanno l’anima alla gente e ai giovani. Perché “...Non c'è montagna più alta di quella che non scalerò. Non c'è scommessa più persa di quella che non giocherò.Ora!”. (“Ora”, Lorenzo Cherubini Jovanotti)
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