«La mafia? Mai se avessi saputo» Ma Augusto ignorò la “soffiata”

Data per persa la battaglia su fatture false e “subappalto mascherato” a Michele Bolognino, la difesa dei Bianchini mira anzitutto ad escludere ogni coinvolgimento con l’associazione mafiosa, che per...

Data per persa la battaglia su fatture false e “subappalto mascherato” a Michele Bolognino, la difesa dei Bianchini mira anzitutto ad escludere ogni coinvolgimento con l’associazione mafiosa, che per i Bianchini significano contratti con parecchi personaggi “rilevanti”: non solo Bolognino (con un passato in carcere per associazione mafiosa e altro), non solo Giulio e Pino Giglio (quest’ultimo pentito dopo la condanna nel rito abbreviato), non solo Gaetano Belfiore, assunto come dipendente e nientemeno che genero del boss Nicolino Grande Aracri, ma anche i vari Blasco e Valerio, e poi Richichi (che in casa aveva due fatture della Bianchini), D’Urzo...
«Bolognino che gestiva la Bianchini? Ma scherziamo...?», ha detto assicurando che se solo avesse saputo di queste situazioni si sarebbe interrotto ogni rapporto.
E perché allora non assunse Bolognino, che già lavorava per lei, quando glielo chiese, prima della fine del 2012?», ha domandato il pm Mescolini, per sostenere la tesi che smentisce la consapevolezza di chi fosse Bolognino, acquisita solo a metà 2013, con l’arrivo della interdittiva che lasciava intendere la “statura mafiosa del personaggio” .
«Gli ho risposto scherzando che aveva troppa pancia per mettere gli autobloccanti. Lui mi ha detto di assumerlo come geometra e io gli ho detto che avevo già i miei geometri, sono state solo battute, questi i toni», ha replicato Bianchini.
Ma durante l’interrogatorio è spuntato che Bianchini era stato avvisato dall’ingegner Caruso (al centro di un inquietante pestaggio nel ferrarese) che lavorava per la Bianchini e che al processo ha già testimoniato: «Sì, Caruso e Bolognino si incontrarono per caso sulla porta, in azienda da me - ha ammesso Bianchini - e dopo qualche giorno Caruso mi ha detto: “Sai che Bolognino è un birichino ed è stato in galera?”. Ho risposto a Caruso dicendogli che anche lui era stato in galera, ma che stava lavorando per me. Forse ho sbagliato, ma queste sono state le parole».
Il giudice ha molto insistito nelle domande sulle modalità di impiego degli uomini che Bolognino aveva fatto assumere formalmente alla Bianchini ma che amministrava lui: «Guardi, giudice - ha replicato l’imprenditore, quasi a restituire a Bolognino i meriti della sua testimonianza - una volta ho contestato a Bolognino che i lavori erano in ritardo: è venuto a lavorare di domenica. Lui stesso, con due operai e i panini per il pranzo. Come si fa a pensare che fosse un mafioso?».
Poi ha aggiunto: «Se uno è libero e ha pagato i debiti con la giustizia, e se lavora bene torna ad essere uno come un altro». Parole che sono valse a Bianchini alcuni sonori «Bravo», dalle gabbie degli imputati detenuti.
Molto dell’interrogatorio poi si è concentrato sulle famose fatture false con Giglio. Ma prima di Giuseppe (il pentito) con il fratello Giulio, conosciuto nel 2006. «Sovrafatturazioni alle sue varie ditte per fargli aumentare il castelletto in banca, circa centomila euro», ha ammesso Bianchini, che ha anche lungamente ricostruito in una versione decisamente edulcorata l’episodio secondo il quale, per togliersi di dosso le richieste di pagamenti di Soda e dei suoi operai albanesi si sarebbe rivolto a Bolognino e ai suoi “metodi”: «Fu Bolognino a proporre un incontro. Ci vedemmo da Bolognino a Montecchio più di una volta, alla fine accordai 5mila euro a quei signori, ma Bolognino era un semplice spettatore».