Le lacrime di Bianchini: «Noi incastrati»

«Sarei stato un deficiente a mettere l’amianto dove vivo e lavoro, sono sicuro che qualcuno ci ha voluto eliminare»

REGGIO EMILIA. «Sono sicuro che qualcuno ci ha voluto eliminare».
È categorico Augusto Bianchini, 63 anni, al culmine dell’interrogatorio davanti alla Corte del processo Aemilia.
Si difende, respinge con ogni sdegno l’ipotesi di avere fatto affari con la ’Ndrangheta emiliana, ammette al più l’emissione di fatture gonfiate per produrre denaro in nero e di avere assunto gli uomini di Bolognino con un subappalto “mascherato”, che lui peraltro garantisce essere usuale nell’edilizia. Piange, senza riuscire a rispondere alle domande, quando deve spiegare che il figlio Alessandro aveva deciso a sua insaputa di fondare la Ios, abbandonando giocoforza al suo destino ormai compromesso l’azienda di famiglia, da poco esclusa dalla white list. «Sa, signor giudice, dopo tanti anni di onesto e duro lavoro noi pensavamo, noi speravamo...», dice prima di essere sopraffatto dai singhiozzi, ottenendo di soprassedere.
Agusto, appena si riprende soprattutto accusa, e duramente, una azienda concorrente, del territorio. In un gioco di specchi che i frequentatori del processo possono agevolmente decriptare, di quella ditta non fa mai il nome, in modo diretto. Ma batte pari con le analoghe accuse del figlio Alessandro, nell’interrogatorio di martedì.
«Sarei mai stato così cretino da portare l’amianto dove vivo e dove lavoro? A San Felice, Mirandola, Concordia, Finale? Ma dai... - incalza rivolto ai giudici - Piuttosto mi domando come sia possibile che, per i lavori della scuola di Mirandola finiti a settembre, due controlli per la ricerca di amianto nei mesi successivi non abbiano portato a nulla, poi a gennaio dell’anno dopo ecco apparire in quel cantiere l’amianto».
Insomma, ce lo ha messo qualcuno «perchè quando uno è debole tutti lo attaccano». Accuse che fanno il paio con quelle di Alessandro, che l’altro giorno ha spiegato di essere risalito con i formulari alla mano all’indirizzo di uno dei cantieri da dove venivano i rottami conferiti al frantoio dei Bianchini, in via Lavacchi.
E di avere fatto eseguire nel cantiere in questione il controllo dei frammenti rimasti a terra, che alle analisi si sono rivelati amianto. Non fosse che la ditta che gli aveva consegnato il materiale - lo stesso materiale - nel frantoio lo aveva accompagnato con una analisi che escludeva la presenza di amianto. E la ditta è sempre quella. «Non potevamo denunciare noi, ma abbiamo presentato un esposto, perchè le autorità indagassero, invece nessuno ci ha dato riscontro», aveva detto martedì Alessandro e ha ribadito ieri Augusto, parlando una segnalazione a dieci autorità, inclusa la Prefettura. Ma di un contesto che aveva già deciso di attribuire la colpa a lui e alla sua ditta. «Anche il magrone alla Phoneix non fu una idea per nascondere l’amianto, ma un consiglio del consulente che avevo assunto, Antonio Vignali: saltava fuori amianto dappertutto, decidemmo di fare quella gettata per mettere in sicurezza l’amianto», prova a spiegare.
E poi la storia della Safi, i cui quattro misteriosi portavoce si erano presentati assicurando ai Bianchini che nel giro di pochi giorni sarebbero stati riammessi alla white list. «Eravamo disperati, quando ci esclusero dalla white list a metà del 2013 avevamo in ballo commesse per 45 milioni, sisma escluso. Dopo avergli dato 25mila euro ed esserci impegnati per cinquanta, dopo avere assecondato in ogni aspetto, anche il più umiliante per me che ho dovuto dimettermi e smettere di andare in azienda, dopo avere ceduto le quote presso un notaio di Bologna dove ci chiamavano “antimafiati” - ha detto Augusto - dopo avere atteso per mesi continui rinvii, mi sono insospettito. Avevo l’impressione che queste persone recitassero, come attori. Ho chiamato e invitato uno di loro, Alessandro Tufo, in un bar e gli ho detto: “Ti fai pagare da me per reiscrivermi alla white list e da un altro perché non mi reiscriva?”. Lui ha smentito, ma da quella volta è scomparso», ha chiuso e accusato Bianchini, che ha anche ricordato i due suggerimenti attraverso i quali la Safi venne consigliata ai Bianchini: ovvero il consiglio dell’imprenditore Baraldi, al quale la reiscrizione in White list era invece riuscita e quello del sindacalista Remo Perboni, che come si ricorderà è stato al centro di una discussa testimonianza.
Bianchini poi ha escluso ogni tipo di favore da parte della prefettura: «Quando ricevemmo l’esclusione, oltre a scoprire solo allora chi era Michele Bolognino, il nostro avvocato, Calzolari, chiese un appuntamento con il prefetto. Ci presentammo io e mia moglie, ma il prefetto Ventura ci liquidò con queste parole: “Io con gli imprenditori non ci parlo”. Ci sentimmo umiliati...». Circostanza sulla quale il pm Mescolini ha espresso perplessità: «Che senso può avere il concedere un appuntamento a un imprenditore per dirgli che con gli imprenditori non ci si parla?».