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Terremoto: «Vivere sull’epicentro? Ogni volta è un salto ma qui non ho crepe»

La storia di Carlo Breveglieri: «La sera dopo andai a ballare» «Il vero terremoto oggi sono le buche di via Fruttarola»

FINALE. Vivere da cinque anni sull’epicentro. Ballare, saltare ad ogni scossa senza che una sola crepa si apra nei muri di casa. Casa per niente antisismica, costruita come si deve ormai cento anni fa.

Un’esperienza decisamente inusuale quella che il destino e la tettonica terrestre hanno riservato a Carlo Breveglieri, agricoltore “resistente” che abita con la famiglia in via Fruttarola, al confine col ferrarese. Una strada le cui condizioni ancora oggi denunciano un “terremoto permanente eff ...

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FINALE. Vivere da cinque anni sull’epicentro. Ballare, saltare ad ogni scossa senza che una sola crepa si apra nei muri di casa. Casa per niente antisismica, costruita come si deve ormai cento anni fa.

Un’esperienza decisamente inusuale quella che il destino e la tettonica terrestre hanno riservato a Carlo Breveglieri, agricoltore “resistente” che abita con la famiglia in via Fruttarola, al confine col ferrarese. Una strada le cui condizioni ancora oggi denunciano un “terremoto permanente effettivo”. Buche, avvallamenti, il sottosuolo che contorce l’asfalto, ogni giorno, da sempre. Siamo nel cuore del sisma che la notte del 20 maggio 2012 ha cambiato tante vite.

«Non la mia - contrattacca Carlo - la sera stessa andai a ballare, non volevo farmi spaventare dal mostro che ci era entrato in casa». Riavvolgendo il nastro dei ricordi, i sentimenti e lo sgomento si rivelano però indelebili: «All’epoca con me e mia moglie Luisa abitavano anche i nostri figli, Emanuele, Gabriella e Cinzia. La scossa dell’una era già passata, alle quattro passate dormivo pesantemente. All’improvviso quel boato, quegli spintoni da sotto. Apro gli occhi e vedo l’armadio che sbatte contro il soffitto, sento il letto che salta di mezzo metro. Salto anch’io, e un istante dopo eravamo qui in cortile, al buio. La luce era andata via. È cominciato tutto così. La casa era in piedi, ma non potevamo immaginare cosa stava accadendo tutto intorno».

E poco dopo con le prime luci dell’alba, Carlo era in auto, a controllare i fondi della sua azienda. «In via Rovere, dove posseggo un fienile, era tutto crollato. Sotto ci sono rimasti anche due trattori... ». In via Redene Cremonine Carlo ricorda quelle crepe trasversali di 70 metri, sui suoi terreni, dalle quali sgorgavano acqua e sabbia azzurra. «Sono venuti da tutta Italia a studiarle, a campionarle...».

Dopo 5 anni, domanda d’obbligo: com’è andata a finire?

«Mah», replica Carlo scuotendo la testa. Non gli è andata poi così male: «I trattori me li hanno rimborsati, all’80%. Nel fondo di via Rovere avrei voluto costruire un capannone in cemento, da 100mila euro. Invece mi hanno imposto una ricostruzione fedele dell’ex fienile, che ne è costati 420mila. Poi però, quando si è trattato di mettere mano alla casa colonica adiacente al fienile, dove servivano 220mila euro, mi sono sentito dire che non c’erano più soldi, che non era possibile... Quindi non mi lamento, ma se avessero lasciato fare a me con 300mila euro facevo tutto e gliene restituivo anche 100mila e più, di quelli che mi hanno dato. C’è spesso troppa differenza tra il buon senso di chi lavora e la burocrazia...».

E la casa sopra all’epicentro?

«Neanche una piega. Era un essicatoio del tabacco, costruito nel Ventennio con fondamenta a piramide profonde. I terremoti li sentiamo tutti, anche l’ultimo di qualche giorno fa... Un boato alle 11 dI sera. Ma la casa, pur vetusta, non ha un graffio. Oggi? Per noi il vero terremoto è via Fruttarola. Impraticabile».
Ma questa è un’altra storia. Pur sempre di soldi, di burocrazia. E di buon senso.