Processo Aemilia «Se c’era l’amianto dovevano salvarmi»

REGGIO EMILIA. «Se i carabinieri sospettavano che stessimo per fare una gettata di cemento su dell’amianto dovevano impedircelo, ci dovevano tutelare, perché con l’amianto si muore!».È questa la...

REGGIO EMILIA. «Se i carabinieri sospettavano che stessimo per fare una gettata di cemento su dell’amianto dovevano impedircelo, ci dovevano tutelare, perché con l’amianto si muore!».

È questa la contro-accusa di Luigi Alleluia, il carpentiere campano imputato e considerato al servizio della Cosca di ’Ndrangheta e della ditta Bianchini di San Felice. Questa settimana è stato interrogato dalla Corte al processo Aemilia. Alleluia, con toni perentori, ha negato ogni azione illecita e, alle domande del suo difensore, avvocato Carmen Pisanello, ha descritto una situazione di impeccabile gestione del personale alla ditta Bianchini. Ovviamente, di mezzo c’è il famoso Michele Bolognino, detenuto per associazione mafiosa che all’epoca reclutò il personale da mettere al servizio di Bianchini. «Ero artigiano titolare di una ditta che si chiamava “Immobiliare Emilia”, conobbi Bolognino nel 2007, in cantiere. Nel 2012 non lavoravo, mi chiamò e mi chiese se volevo fare da capocantiere per Bianchini. Così venni assunto alla Bianchini. Facemmo prima la visita medica alla Blumed a Mirandola - ha assicurato Alleluia - ci versavano con bonifico la cassa edile, i buoni pasto arrivarono tardi, ci fu una discussione con Bolognino, che si lamentava che lui con quel lavoro ci rimetteva, ma non poteva tenersi certo lui i buoni pasto, che erano nominativi. È vero, Bolognino ci pagava in nero gli straordinari, ma non c’era alcuna contestazione degli operai, perché a tutti fa piacere ricevere soldi in nero. E poi Bolognino ci indennizzava ogni spesa...», ha contestato Alleluia, rispetto alle imputazioni. Negando di avere avuto a che fare o solo parlato di amianto nelle intercettazioni, ma di “pavimenti”.