«Così i pedofili minacciano mia figlia» 

La 13enne aveva foto erotiche nel telefono. Il padre chatta al suo posto: «Ne volevano altre o avrebbero pubblicato tutto»

Questa è la storia di una normale famiglia della provincia di Modena, che trascorre alcune ore insieme in casa. Padre, madre e la figlia di 13 anni.

Lei, come tutti gli adolescenti, ha il cellulare in mano e chatta con le amiche. Almeno così sembra, finché quell’andirivieni dal bagno non insospettisce la mamma, che le strappa il cellulare dalle mani. Quello che trova è così sconvolgente che distrugge l’apparecchio, lo fa in mille pezzi: nelle chat ci sono foto di sua figlia nuda e anche qualcosa in più.

Alla rabbia della madre, si affianca la lucidità del padre, che chiameremo Paolo. Prima cerca di spiegare alla figlia le conseguenze di ciò che ha fatto e i pericoli che ne derivano. Poi ha un’idea: vuole capire davvero cosa sta succedendo, allora dai resti del cellulare estrae la sim e la inserisce sul suo tablet, di fatto sostituendosi alla figlia, che nel frattempo, furiosa, la sera non torna a casa. Si rifugia da un’amica, dove i genitori la trovano e condividono con l’altra famiglia la propria esperienza scoprendo che pure l’amica era vittima nello stesso giro di scambio di immagini.

Ma torniamo a Paolo che si immerge nella vita virtuale della figlia e si rende conto dell’esistenza di un mondo che non immaginava nemmeno lontanamente: non solo Facebook e WhatsApp, ma anche altri social network e servizi di messaggistica istantanea (come Telegram, Kik o Instagram) attraverso cui la figlia era finita nelle rete di almeno due persone adulte. Già, perché quelle immagini non erano scambiate semplicemente con ragazzini della stessa età della figlia, ma con pedofili.

Paolo, così, inizia lentamente a ricostruire quel mondo virtuale andando a ritroso nel tempo. Tutto ha inizio con un concerto di una tra le band più note a livello italiano. È qui che la figlia viene inserita in una chat di gruppo, che, apparentemente, è solo un modo per i giovani fan di tenersi in contatto. In realtà è la strada preferenziale attraverso la quale i pedofili ottengono i contatti delle ragazze e da lì iniziano quella che si può definire come una vera e propria caccia.

La figlia di Paolo è una delle vittime. Lui, infatti, riesce a ricostruire le cronologie, avvalendosi anche dell’aiuto di due ragazzi che lo affiancano dal punto di vista tecnologico, e trova non solo le immagini, ma anche le minacce: «O mandi altre foto o pubblico quelle che mi hai già inviato». «Troia mandami le tue foto». Oppure: «Vengo lì e ti metto incinta», quest’ultima minaccia rivolta all’amica della figlia.

Lui per un po’ sta al gioco fingendosi la figlia e i messaggi sono sempre sulla stessa lunghezza d’onda e la rabbia dall’altra parte aumenta per la mancanza di nuove immagini. Ci sono richieste a dir poco esplicite ed evitiamo di entrare nello specifico. C’è anche una sorta di psicologia inversa, con frasi del tipo «sei noiosa» per far leva sulla fragilità di una ragazzina di 13 anni che, per sentirsi accettata, si potrebbe fare sempre più audace, inviando immagini di volta in volta più spinte.

Poi il padre si rivela e dall’altra parte viene addirittura deriso. Uno dei due, ad esempio, che utilizza un numero tedesco per chattare, risponde con delle note audio che palesano chiaramente la voce di un adulto. Dice: «Uso il numero straniero perché non mi voglio far beccare. Se la foto arriva di tua spontanea volontà non è più sotto il tuo potere, posso farci quello che voglio e soprattutto c’è la crittografia perché non vogliono aver problemi». Cosa non del tutto vera, dato che la polizia postale ha i mezzi per risalire a cronologie e numeri di telefono. E ancora al padre: «È inutile che parlate di polizia postale. Voi fatelo, vi sfido, perché io non ho fatto niente e quelli che stanno sopra di me (non è chiaro a chi si riferisca, ndr) a controllarmi vanno a controllare in questura e non c’è niente, dopo la cosa va su di voi e non su di me».

Paolo ha voluto rendere pubblica la sua storia per un motivo ben preciso: «Vi prego, controllate i vostri figli perché non si può mai sapere chi si cela dietro ai cellulari. Vigilate sui vostri figli».

Giovanni Balugani