Non solo Castelfrigo: «Reati sempre prescritti ma la Cgil non mollerà»

Umberto Franciosi: «Da 16 anni denunciamo, ma ancora non basta a cambiare Mi rattrista che si stia innescando una guerra interna tra lavoratori sfruttati»

CASTELNUOVO. «Da oltre 16 anni stiamo denunciando alle istituzioni, nessuna esclusa, i fenomeni di irregolarità negli appalti. Castelfrigo è solo l’ultimo caso in ordine temporale ma in sedici anni ci siamo occupati di tantissime altre situazioni critiche, come ad esempio con Inalca e la suincom. Alla fine degli anni 90 in seguito ad una mega-inchiesta fu commissionata all’Inalca una sanzione di due miliardi di lire e furono riscontrati anche illeciti penali, ma andò tutto in prescrizione. All’interno della Suincom si sono succedute innumerevoli cooperative, con a capo spesso gli stessi dirigenti dell’ex Cooperativa Dimac di Castelnuovo, coinvolta nel 2002 in contraffazioni di marchi e nell’omicidio di un socio lavoratore. Furono condannati i responsabili dell’omicidio, ma anche in quel caso il reato di contraffazione andò in prescrizione e non abbiamo saputo più nulla sulle denunce di infiltrazioni malavitose emerse durante l’inchiesta. Il rischio che in queste dinamiche si inserisca la mafia è altissimo e i segnali sono sempre più frequenti».

È questo il quadro delineato da Umberto Franciosi, segretario generale della Flai-Cgil Emilia Romagna che da anni segue le complesse vicende interne al distretto della lavorazione delle carni. Vicende che hanno come comune denominatore lo sfruttamento dei lavoratori, il più delle volte di origine straniera. «Purtroppo i lavoratori, oltre ad essere sottopagati, sono disposti a tutto anche se negli ultimi anni sta notevolmente aumentando la loro sensibilità». Franciosi pone l’accento sul ruolo che deve essere svolto non solo dalle autorità, ma anche e soprattutto dalle imprese del territorio: «Perseguire con l’attuale modello di sviluppo è dannoso anche per le stesse imprese che, seppur hanno retto bene alla crisi, stanno adesso vivendo un periodo di collasso dal punto di vista dell’organizzazione interna del lavoro. Nel 2006, quando unitariamente, tentammo di condividere un protocollo, coinvolgendo tutte le associazioni imprenditoriali e i Comuni del distretto ci fu risposto, dalla Confindustria di allora: “la casa non brucia, tutto avviene nel rispetto delle leggi e dei contratti”. È dunque fondamentale sensibilizzare chi ha la responsabilità politica ed amministrativa di questi territorio ma non possiamo fare a meno di denunciare una inefficace azione di controllo dovuta non solo alla carenza d’organico e di mezzi, ma probabilmente anche ad una precisa volontà politica di non voler risolvere davvero la questione».

Una delle difficoltà maggiori delle organizzazioni sindacali risiede spesso nel coinvolgere gli stessi lavoratori in azioni di contrasto al fenomeno del nuovo caporalato.

«Un aspetto che si deve affrontare quanto prima è il rischio a cui viene sottoposta la coesione sociale: è difficile far capire l’importanza di manifestare pacificamente e la cosa che ci rattrista non è solo il fatto che alcuni lavoratori ci vedano come nemici, ma anche che si inneschino delle lotte interne tra i lavoratori sfruttati. Ma la lotta di questi lavoratori, tutti immigrati, è una lotta che parla a tutti, perché mette al centro la dignità di chi lavora e la legalità. Senza rispetto delle regole, dei contratti e delle leggi non possono esserci prodotti di qualità. Una qualità che la nostra Regione, con le sue eccellenze e Dod, deve salvaguardare anche occupandosi delle condizioni e dei diritti di chi lavora».

Sara Donatelli