“Veleno” e i bambini scomparsi nella Bassa «Chi ha sbagliato lo ammetta»

Finale. Maf colmo all’inverosimile per ascoltare Pablo Trincia che raccontando si commuove Le parole di due mamme costrette a scappare per tenersi i figli. Le parole choc di una testimone

Veleno, i protagonisti si raccontano a Finale Emilia: ''Lo Stato padrone dei nostri figli"

FINALE. Se persino l’arrembante ex iena Pablo Trincia non è riuscito a trattenere l’emozione e le lacrime, c’è il segno evidente che la vicenda dei riti satanici fantasma non solo non può essere chiusa dalla storia nell’armadio dell’oblio, ma è una ferita aperta. E sanguinante.

Non si spiega diversamente la folla, inattesa e attentissima, che ha costipato il Maf di Finale, costringendo alle porte aperte per consentire a quanti erano rimasti fuori di intuire almeno un po’ i racconti all’interno. Si è consumata così, davanti a tanti giovani, la vendetta delle parole, la riscossa emozionale di quanti soffrono da 20 anni la scomparsa di 16 bambini, sequestrati da uno Stato impreparato e credulone. I cui organi operativi hanno spezzato irrimediabilmente tante famiglie.

Lorena Morselli, arrivata apposta dalla Francia, Federico Scotta e altri genitori hanno raccontato ancora una volta la loro tragedia. L’avvocato Patrizia Micai ha ripassato la solitudine di tanti avvocati e collaboratori, costretti a subire ogni sorta di ostracismo e di muro di gomma istituzionale.

Le parole più toccanti sono arrivate dalla sorella maggiore di una delle bambine scomparse, ritrovata a 18 anni, ormai con un figlio, e convinta che i genitori fossero “morti in un incidente stradale”.

O da Roberta: «Io, come Lorena - ha detto - sono stata costretta a scappare. Mi hanno portato via i due bambini, per non far sapere ai servizi sociali che me ne stava per nascere un altro sono andata a partorire in Lombardia...». E in sala il terzo figlio era presente, ad ascoltare, attonito. Come i tanti giovani che, affascinati dal racconto-inchiesta di Pablo Trincia, più volte applaudito per la sua inchiesta verità, hanno voluto esserci, per capire. Trincia ha raccontato del suo peregrinare per tre anni tra uffici e case private, alla ricerca di prove.

E, parlando di Francesca, la madre di Mirandola morta suicida quando le portarono via l’unica figlia, ha ricordato quella scatola che trovò, con le foto scattate fino a pochi giorni prima di quella separazione forzata: «C’erano le lettere di questa bambina, intrise dell’amore che nutriva per la madre, c’erano le loro foto insieme, abbracciate», ha raccontato in lacrime, a significare che era impossibile che quella madre potesse aver fatto del male alla figlia. Eppure, è stato sottolineato, ogni prova a discarico è stata ignorata.

Già: “Veleno” ha avuto dei colpevoli. E oggi ricordare che è stato un gigantesco, inaccettabile errore giudiziario non è più sufficiente. Lo ha sottolineato con forza l’esperta psicologa Chiara Brillanti: «Serve un accertamento delle responsabilità, serve almeno che qualcuno abbia il coraggio e la dignità di chiedere scusa...», ha detto davanti a tanti testimoni di allora, l’associazione il Porto, gli amici, i parenti dei bimbi scomparsi, i testimoni inascoltati. Ad assistere, oltre agli onorevoli Carlo Giovanardi e Vittorio Ferraresi, al sindaco Palazzi, a sacerdoti ed altre istituzioni, c’era l’assessore regionale all’Istruzione, Patrizio Bianchi.

La proposta è stata quella di istituire una commissione tecnica, in grado di rivedere i passaggi - e gli errori - salienti di quella vicenda, di riconoscerli, di scongiurarli per il futuro, informando quegli ex bambini di una verità che non hanno mai potuto apprendere e comprendere. Ma, contro chi sfugge ancora oggi, si renderanno necessarie anche azioni legali. Perché dalle inchieste giornalistiche si passi agli accertamenti - di responsabilità - nelle sedi opportune.

Se esistono.