Il triangolo Camorra,’Ndrangheta e Bassa

Aemilia. L’arresto del reggente Carmine Sarcone fa riemergere ulteriori conferme dei legami con le imprese modenesi

Le indagini della Dda di Bologna e dei carabinieri di Modena sul ruolo assunto da Carmine Sarcone, il nuovo capo della ‘ndrangheta emiliana, hanno consentito di mettere a fuoco ancor meglio gli occasionali rapporti tra esponenti della malavita campana trapiantati nel modenese e della cosca reggiana, con il coinvolgimento di imprenditori modenesi. Gente in alcuni casi già chiacchierata ed “esaminata” da tempo, i cui nomi ricorrono anche in questa occasione.

“Quello è un nostro compagno”. Garantiva così, in termini perentori, un conosciuto campano trapiantato nella Bassa, considerato esponente della camorra in salsa modenese, dove vive da tempo.


Lo garantiva nientemeno che a Sarcone Gianluigi, il boss e fratello di Carmine, che dopo l’arresto – questa è l’accusa – ne ha assunto le funzioni. Ma chi è il “compagno” ? L’allora titolare di una nota ditta di costruzioni della Bassa . In questo caso la triangolazione (Camorra-‘Ndrangheta-imprese modenesi) aveva uno scopo preciso. Trovare la strada per garantirsi gli appalti della ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo. È il camorrista della Bassa a chiedere l’aiuto della cosca reggiana che fa capo ai Sarcone, dopo che quest’ultimo aveva annunciato l’intenzione di andare “da quelle parti”. “Ti devo parlare di persona – annuncia il casertano – noi con le nostre imprese non possiamo concorrere, ci serve un buon ingegnere, mi hanno incaricato di cercare una società buona…”. Insomma, proponeva l’impresa “compagna” della Bassa e cercava l’appoggio della n’drangheta. Il sodalizio pianificava nell’immediato la costruzione di un asilo, e di casette. E i carabinieri poco dopo documenteranno gli incontri di Gianluigi Sarcone e di Carmine con imprenditori e politici per provare ad insinuarsi negli appalti. Non che i rapporti tra mafie diverse fossero così convergenti. Lo stesso casertano della Bassa era stato minacciato da uno del clan reggiano di non farsi più vedere da quelle parti, dove pretendeva il pagamento di una somma cospicua. Un incidente accaduto tra Modena e Reggio, con un confronto – raccontato da un pentito – che ha sfiorato il conflitto a fuoco. E che non era piaciuto affatto ai Sarcone, che non avevano autorizzato l’uso di quei toni.

Fatto sta che gli Sarcone, sempre in tema di ricostruzione, si muovevano anche da soli. Negli atti dell’inchiesta ci sono i contati con un altro imprenditore modenese, con il quale condividono la necessità di trovare gli “agganci giusti”, magari nei piccoli centri attorno a L’Aquila, per far cadere qualche appalto ai loro piedi. Schema, come noto, che la cosca emiliana poi ripeterà nel 2012, con il terremoto della Bassa: imprenditori amici, affari condivisi con quegli imprenditori, possibilità attraverso quegli imprenditori ben introdotti in almeno due comuni di partecipare agli appalti… Storie note, che l’inchiesta Aemilia ha finora solo in parte dipanato nei suoi aspetti più inquietanti, in una infinità di nomi di imprese edili gestite o vicine al clan calabrese, ma anche di nomi che hanno cognomi di “nativi”, con residenza vicino a Mirandola, a Modena e a Sassuolo. Storie che continuano ad alimentare l’immenso lavoro investigativo dei carabinieri di Modena, che l’altro giorno hanno fermato su disposizione dei magistrati della dda di Bologna, a Cutro, il nuovo reggente Carmine Sarcone, nella convinzione che si apprestasse a fuggire. L’udienza per la convalida del fermo non è ancora stata fissata, ma le indagini proseguono. Con scoperte “collaterali”, come le armi che hanno condotto alla denuncia del nipote di un altro storico pentito di ‘ndangheta