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I Green days di Silvia Molinari, Il mio futuro era tra un’ora Dentro la scatola dei tesori

Pittrice e illustratrice, un’infanzia tra la nonna e un giardino isolato «Cucivo tra loro i pezzi di vita che mi piacevano: appunti di felicità»

MODENA. L'infanzia di questa settimana si allunga verso Nord, sconfinando dal territorio modenese. L'incontro infatti è con Silvia Molinari, pittrice e illustratrice, acquarellista, come si definisce lei a volte, nata a Piacenza il 9 giugno del 1976. «Ho vissuto in una casa isolata, in campagna, sino a quando non sono andata ad abitare per i fatti miei - racconta - In realtà non si può neppure definire campagna, poiché si era appena fuori dall’abitato di Fiorenzuola, paese dove tuttora vivo, ...

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MODENA. L'infanzia di questa settimana si allunga verso Nord, sconfinando dal territorio modenese. L'incontro infatti è con Silvia Molinari, pittrice e illustratrice, acquarellista, come si definisce lei a volte, nata a Piacenza il 9 giugno del 1976. «Ho vissuto in una casa isolata, in campagna, sino a quando non sono andata ad abitare per i fatti miei - racconta - In realtà non si può neppure definire campagna, poiché si era appena fuori dall’abitato di Fiorenzuola, paese dove tuttora vivo, ma di fatto non avevo case con bambini intorno, né avevo modo di raggiungere i cortili dove avrei potuto trovarli. C’erano solo il giardino di casa, mia nonna che si prendeva cura di me mentre i miei genitori erano al lavoro (sono figlia unica), un pastore belga di rara bellezza e la mia cameretta. La vista dalla finestra della mia camera è un vero e proprio timbro sui ricordi di quegli anni: una porzione di prato, l’orto, l’acero grande e i campi coltivati che si perdevano in direzione dei primi colli. Il davanzale era piuttosto alto, e il mobile a fianco della finestra riporta ancora il segno del mio piede con cui facevo leva per poter arrivare a stendermi lungo la finestra. È un movimento che ricordo benissimo, che dettava quasi sempre la chiusa delle mie giornate».



«Proprio in ragione del posto in cui vivevo - continua - i contatti con gli altri bambini erano rari, al di fuori degli orari scolastici. Mi vedevo con qualche compagno solo quando passavo il pomeriggio con la nonna che viveva in paese, ma ero spesso a disagio: i miei tempi erano diversi da quelli degli altri bambini, ero sfasata su certe regole di convivenza. All’oscuro delle convenzioni sociali che s’apprendono con la vita da cortile, mi ritrovavo poco integrata. Amavo stare a casa, orchestrare i miei mondi immaginari che si sviluppavano tra il giardino, la cantina, la mia camera. Amavo andare in bicicletta lungo il fiume con mia nonna, sezionare le bacche che raccoglievamo (in inverno), sgranare pannocchie (in estate), indovinare il colore di un boccio di papavero (in primavera), parlare da sola, cantare (sempre)».



«La mia maestra - ricorda Silvia - non amava vederci in grembiule e siamo quindi stati tra i primi alunni a frequentare le lezioni senza. Era una donna di una certa età, di cui ho un ricordo amaro. Riconobbe subito le mie difficoltà d’integrazione e spesso se ne servì per deridermi davanti alla classe, stringendo complicità con gli altri bambini. Ero avvilita e imbarazzata. Il mio momento di riscatto era nelle ore dedicate alla pittura e alla scrittura. Nonostante le mie amicizie fossero poche, non mi sono però mai sentita sola. Nel periodo delle scuole medie - conclude - gli amici sono aumentati, come il tempo a loro dedicato. Ero in esplorazione, non più al fiume ma per le vie del paese. Rimanevo solitaria, ma anche molto attratta dalla comunità, dai miei coetanei, che osservavo con lo stesso spirito con cui pochi anni prima aprivo i cinorrodi delle rose selvatiche. Mi piaceva disegnare, sempre, andare a mostre con mia mamma, ascoltare musica e cantare. Non ricordo cosa sognavo per il futuro, perché in quel periodo il futuro era tra un’ora, o il pomeriggio, al massimo il giorno dopo. Quel che facevo era cucire tra loro i pezzi di vita che mi piacevano, le cose belle che scoprivo, i dettagli che mettevo a fuoco, mettendo tutto da parte. Mi sono sempre piaciute le scatole dei tesori, vere e mentali, e i collage. Sono appunti di felicità».

Monica Tappa