Ermes, l'affetto di Modena nel giorno della riapertura

Sin dalla prima mattina processione di gente per un abbraccio e un saluto. Poi la festa in trattoria

Modena, che festa per il ritorno di Ermes e Bruna

MODENA. Rieccolo il popolo di Ermes. Una famiglia venuta da fuori nel tavolo vicino alla porta finestra che guarda lo show, quattro giovinotti che si tuffano sui maccheroni al pettine, i due famosi pittori che non potevano mancare perché colonne della vecchia guardia, qualche single o coppia di amici subito aggregati ai tavoloni grandi e in fondo, come fosse la prua di una nave, l’olimpo del nucleo storico, il capiente tavolo quello degli amici di Ermes i cui ritratti, chi immortalato con un bicchiere, chi con un gnocco fritto, chi con altra attrezzatura da lavoro, arredano l’ambiente.

È si e no la mezza e siamo solo al primo giro. Fuori, dove c’è un grappolo di palloncini colorati a dare il benvenuto ad Ermes e alla Bruna, disciplinata e vivace c’è la fila. Tutto come prima. In quel tratto di storia tutta modenese di via Ganaceto ieri mattina anche la normalità era vestita a nuovo. Perché in tutti c’era il gusto della riscoperta, del ritrovato piacere di andare da Ermes, di rivedere l’omone grande, buono e burbero, che si aggira tra i tavoli, dispensa consigli, scherza, tira qualche scoppola e poi affabilmente propone taiadeli e macaroun. E il rituale del ritorno, sia per Ermes e la Bruna, che per la città è iniziato già alla mattina presto. C’è chi è venuto apposta, dall’altra parte della città, per fare gli auguri, per stringere una mano, dare una pacca al “suo” oste. Rezdore, mamme col bambino che salutano dicendo «Adesso vado a fare da mangiare, con più calma torno e ci raccontiamo...».

Una specie di famiglia che si riunisce, che celebra, che gusta. E lui? Ermes, vestito comodamente di blu, con il suo bastone segno di equilibrio e di comando, ha ritrovato il suo ambiente. Dopo un anno dalla sfortunata quanto maledetta caduta dalle scale in cui ha battuto la testa, dopo un anno di cure, analisi, recuperi fisici, di battaglie insomma che hanno coinvolto non solo lui ma tutto il suo staff famigliare, l’oste di Modena aveva ricominciato a gironzolare per la città. Si stava riappropriando un po’ della sua storia: apparizioni al mercato Albinelli, lungo via Emilia, in piazza Grande. I tempi cominciavano ad essere maturi e ieri mattina, giusto prosieguo della Pasqua, ecco che la trattoria ha riaperto offrendo di nuovo la sua magia umana e culinaria. Ermes si è piazzato davanti alla porta d'ingresso, era il Caronte per la sala. La Bruna dava i tempi in cucina gli amici di Ermes dirigevano il traffico.

E in un posto dove finalmente l’ottantanove per cento delle parole sono in dialetto modenese (l’altro non si sentiva perché c’era confusione) le manone di Ermes Rinaldi parlavano anche loro, sempre in dialetto, mostrando i numeri dei coperti da rimpiazzare con i nuovi entrati. Ermes dunque ha dispensato dei “Gabiàn” a destra e a manca, con la solita generosità, si è seduto, ha chiacchierato, ha guardato l’orizzonte del suo regno con i suoi occhi chiari e, nel pieno del tutto esaurito, si è concesso pure una cantata. Due modenesissimi cantori, uomo e donna, hanno intonato con timbro professionale un inno alla Ghirlandina seguito con religiosi silenzio e poi, dopo gli applausi, è stato pure il momento di un “O sole mio” che ha raggiunto picchi vesuviani ma con forma di Cimone. E alla fine... No, non c’è fine. Perché anche oggi e poi anche domani altre facce, altre storie, a raccontare Ermes, la Bruna, il cuore della città.