A Carpi “La bellezza ritrovata” nei sorrisi dei bimbi siriani

Fino al 6 maggio si potranno ammirare gli scatti del fotografo Charley Fazio. L’autore: «Le immagini ridanno dignità ai rifugiati. Così non sono dimenticati»

Fotografia, in mostra a Carpi i sorrisi dei bambini siriani

CARPI Sono immagini che ti scavano nella parte più profonda del cuore, facendo scaturire commozione, coinvolgimento, turbamento ma anche speranza. Quella più sincera vista attraverso gli occhi dei bambini. Sono le immagini scattate da Charley Fazio, fotografo e fondatore dell’associazione “Joy for children”. Scatti che raccontano storie di un’umanità troppo spesso dimenticata, alla quale, con queste immagini, viene restituita dignità. È una mostra che scuote la coscienza quella intitolata “La bellezza ritrovata - A shot for hope” alla sala Cervi di Palazzo pio fino al 6 maggio. Obbliga, tra l’altro, a fare i conti con il proprio senso d’impotenza di fronte alla realtà dei rifugiati e spinge a chiedersi cosa si può fare per loro.



Fazio, dove ha scattato queste immagini?

«Gli scatti sono frutto di missioni umanitarie al confine tra Turchia e Siria, precisamente a Kilis, città a 40 chilometri da Aleppo. Qui ci sono 150mila persone di cui 100mila siriani: 60mila sono in due campi profughi, decine di migliaia di famiglie vivono in contesti urbani e sono i soggetti di queste fotografie. Le immagini sono state scattate dentro le case, che per loro sono garage, scantinati... Situazioni terribili, di miseria, povertà, poca igiene, senza riscaldamento. I bambini sorridono, però. Seppur con un velo di tristezza, trasudano speranza. E quando andiamo a portare loro qualcosa per confortarli ci accolgono sempre con il sorriso. Insieme alla mia associazione, Joy for children, abbiamo in cantiere progetti come un centro di formazione: dobbiamo portare cultura alla gente atrofizzata dentro quei luoghi. I bimbi sono lì da sette anni. Qualcuno va a scuola in piccole classi, ma c’è anche chi non fa nulla. Parlano arabo ma in Turchia si parla il turco: è una comunità non integrata. Una parte della mostra “La bellezza ritrovata”, sono le foto scattate da me. Poi Shot for Hope, con le immagini che i bambini hanno prodotto con la mia macchina istantanea».


Perché la scelta dell’istantanea per ritrarre?

«Mi incuriosiva sia capire che cos’è per loro la bellezza in un contesto che di bello apparentemente non ha nulla. Vedere il loro stupore nell’usare quel giocattolone in grado di produrre colori sul foglio bianco è qualcosa di impagabile. Fotografavano cespugli, alberi fuori dal cortile, l’uscio di casa dove si siedono spesso i bambini. Ho scelto la macchina istantanea anche per il mio lavoro. Quando vai tra loro la prima volta senti che non puoi più abbandonare quei bambini. Mi sono chiesto cosa potessi trasmettere e, essendo fotografo, non posso fare a meno di insegnare loro la fotografia».

Cosa sente di avere portato a queste persone?

«La psicologa Valeria Gestivo ha detto che, senza saperlo, ho dato a questa gente la possibilità di vedere riconosciuto il loro essere. Attraverso le fotografie hanno capito che esistono. Sono riconosciuti e non sono dimenticati. Lo scambio di amore e umanità tra noi e loro è potentissimo».

Serena Arbizzi