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Alberto Bertoni: «La poesia, verità toccata con mano corpo e mente»

Docente a Bologna, critico e autore di versi «I giovani? Affamati di cultura e molto vitali»

MODENA. Docente universitario, critico e poeta: Alberto Bertoni è profondamente immerso nella cultura letteraria contemporanea. E non solo. Dice di essere stanco, ma non si ferma mai. È sempre pronto a “sfornare” libri, a presentare anche quelli degli altri, a tenere conferenze. Di recente ha pubblicato, con Book Editore, persino un libro di componimenti in dialetto, “Zàndri” (Ceneri), e con Nino Aragno editore, le sue “Poesie, 1980-2014”. Una antologia con vari capitoli, da “Lettere stagion ...

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MODENA. Docente universitario, critico e poeta: Alberto Bertoni è profondamente immerso nella cultura letteraria contemporanea. E non solo. Dice di essere stanco, ma non si ferma mai. È sempre pronto a “sfornare” libri, a presentare anche quelli degli altri, a tenere conferenze. Di recente ha pubblicato, con Book Editore, persino un libro di componimenti in dialetto, “Zàndri” (Ceneri), e con Nino Aragno editore, le sue “Poesie, 1980-2014”. Una antologia con vari capitoli, da “Lettere stagionali” a “Le cose dopo”, da “Quaderno della Madre” a “La Via Crucis” e a “Il letto vuoto” che rappresentano la storia di una vita di scrittura iniziata, nel 1980, durante il servizio militare. Una selezionata raccolta di componimenti, talvolta rivisti.

Perché ha ritenuto opportuno intervenire sui testi?

«Ho l'idea della poesia come scrittura progressiva, perfezionamento continuo. Siamo successori di Dante e Petrarca, due giganti della cultura occidentale, alle origini della nostra tradizione. Nessuno di noi può avere la pretesa di scrivere la poesia talmente perfetta da non toccare più».



Mi pare che la sua poesia sia spesso legata agli affetti familiari...

«C'è pure un periodo di cambiamento, perché agli inizi ho parlato molto di amore, di viaggi, di cronache della mia formazione. Poi con la malattia di mio padre e mia madre, mi sono trovato, come figlio unico, di fronte alla responsabilità di accudirli, capirli e star loro vicino anche nei momenti della demenza. Questa esperienza mi ha toccato nel profondo ed è diventata il tema di “Ricordi di Alzheimer”, libro non inserito nell'antologia».

I suoi versi si sono sempre mantenuti su un linguaggio colto...

«È il rimprovero che mi fanno amici e critici. Uso un lessico colto perché sono convinto che la poesia sia una sorta di zona franca rispetto all'economia. Allora è giusto attingere ad una lingua che abbia un gradino di diversità rispetto a quella della comunicazione quotidiana».



Quali riferimenti alti aleggiano nella sua poesia?

«Montale, per il quale ho coltivato una passione sin da bambino e Vittorio Sereni che cerca di trovare la dimensione metafisica nell’esistenza quotidiana. Poi i premi Nobel, l'irlandese Seamus Heany e Derek Walcott del Caraibi, che ho conosciuto personalmente».

La poesia è verità o menzogna?

«Credo che oggi la poesia debba essere verità, soprattutto quando attraversa territori dell’autobiografia, dell’esperienza. Una verità toccata con mano, corpo e mente. La mia poesia non ha mai mentito».

Cos'è per lei Modena, indicata pure dalla “M” nelle poesie “Lettere stagionali”?

«La “M” era un vezzo di Delfini, perché Modena era la città degli affetti, non “bastardo posto” di cui parla Guccini. È una cosa che praticavo negli anni 90, poi abbandonata. Ho scritto poesie che non parlassero più di Modena che offre un rapporto molto difficile, quasi una resistenza, con gli artisti di qualità. Modena è stata una conquista nel tempo, durante la malattia dei miei genitori che accompagnavo a passeggio per la città».



Richiami anche a personaggi cari, come Guccini, Barbolini, Pier Vittorio Tondelli...

«La poesia è per me pure il frutto di gesti di amicizia, di affabilità: Tondelli è stato un modello, un amico, coetaneo morto a 36 anni; a Stefano Tassinari, morto di cancro, ho dedicato “La Via Crucis”».

Che valore hanno le cose?

«Faccio fatica a staccarmi dai libri, dalle cose, dai piccoli oggetti che sono quasi dei talismani, portafortuna: una camicia, un maglione, scarpe che mi hanno accompagnato in momenti importanti».

A stabilire il legame con Modena è anche il dialetto che usa nel libro “Zàndri” (Ceneri). Che significato ha la poesia in vernacolo?

«Appartengo ad una generazione a cui il dialetto era in casa proibito, soprattutto da mia madre. Mio padre lavorava alla Ferrari dove parlava in dialetto, mentre con me in italiano. Negli anni '90 la nascita di un'amicizia importante con Emilio Rentocchini, grande poeta delle ottave in dialetto sassolese, che mi ha convinto a provare a scrivere questa lingua altra, lontana, di mio padre e dei nonni. Ho fatto alcuni tentativi, con una decina di poesie. L'ho abbandonata e ripresa lo scorso anno, quando Nina Nasilli ha inaugurato, con Book Editore, la collana “Biblioteca del Vernacolo” e mi ha invitato a scrivere in dialetto. In tutto trenta componimenti».

Si può dire che il dialetto è un modello di scrittura per esprimere un legame affettivo per il mondo scomparso?

«Il dialetto è un dialogo con i morti. Una delle poesie nuove è dedicata al Modena Calcio che è sparito. Per me è stata una ferita, un lutto. La mia prima volta allo stadio a 5 anni, nel 1960».

Cosa apprezza della cultura popolare modenese?

«Le partite a bocce di mio nonno in piazza d'Armi nei primi anni 60; lo sciame quando si usciva dallo stadio Braglia con commenti strani e coloriti; quando accompagnavo mio padre al circolo Avia Pervia, culla della pallavolo, dove si giovava a carte, a biliardo. Era un bello spaccato umano. Si parlava in dialetto che per me è il linguaggio della simpatia».

Se dovesse indicare, anche nel tempo, particolari personaggi modenesi?

«Il Muratori tra i primi intellettuali a 360 gradi; il Tassoni per la forte dimensione della parodia, Vittorio Zucconi che ha vissuto tutta la vita, come inviato, all'estero e si sente molto modenese, Franco Bisi che era un grande comunicatore della poesia dialettale, il rock e beat con una storia molto interessante, Cavani e Delfini, il modello di poesia del Laboratorio di Sitta, Ugo Cornia che è l'erede di Delfini».

Se fosse assessore alla Cultura cosa farebbe?

«Non ho capacità politiche o organizzative e quindi sarei un pessimo assessore alla Cultura. Ascolterei molto le iniziative di persone non note, propenderei per i progetti di giovani che sono molto vitali mentalmente».

C'è interesse all'Università, per la letteratura contemporanea, tralasciata nei programmi di studi degli istituti superiori?

«All'Università i ragazzi vengono affamati di cultura contemporanea. Ma parto da zero, perché solo qualcuno ha letto qualche poesia di Montale. Ignorati tutti gli altri poeti».

Cosa le dà felicità?

«Leggere una bella poesia, partecipare ad un incontro letterario, dove nasce la simpatia tra chi legge e chi ascolta. Felicità è anche fare una bella lezione all'Università e vedere che i ragazzi mi hanno seguito e mi scrivono mail per approfondimenti sugli autori di cui ho parlato».