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Modena, “Officina Typo” di Babini: «Con i vecchi torchi manteniamo viva l’arte della tipografia»

Nella “Officina Typo” di Babini i libri nascono come una volta «È un sapere da trasmettere o andrà perso dopo 550 anni»

Una passione antica per la tipografia, sin dagli anni '60, quando Silvano Babini e Gina Paolini frequentavano la Scuola del Libro di Urbino, un gioiello di scuola dove il corso superiore di grafica era tenuto da Albe Steiner, uno degli artefici del Museo al Deportato di Carpi.

Per Silvano, originario di Ravenna, arrivava poi il lavoro nelle tipografie grafiche di Imola, Bologna, alla Cooptip di Modena, in un'agenzia di pubblicità e presso Franco Cosimo Panini, come responsabile di produzione ...

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Una passione antica per la tipografia, sin dagli anni '60, quando Silvano Babini e Gina Paolini frequentavano la Scuola del Libro di Urbino, un gioiello di scuola dove il corso superiore di grafica era tenuto da Albe Steiner, uno degli artefici del Museo al Deportato di Carpi.

Per Silvano, originario di Ravenna, arrivava poi il lavoro nelle tipografie grafiche di Imola, Bologna, alla Cooptip di Modena, in un'agenzia di pubblicità e presso Franco Cosimo Panini, come responsabile di produzione e direttore artistico dei facsimili dei Codici miniati e della collana Mirabilia Italiae. Gina, invece, apriva come graphic designer un proprio studio. Solo nel 2010 nasceva "Officina Typo" in via Stringa e poi in via Giardini 464, un laboratorio tipografico con torchi manuali, tra cui tre di tiraprove di precisione che usavano le zincografie, come quella di Vaccari. «Li ho reperiti nel tempo - dice Babini - in posti più strani: uno l'ho acquistato a Berlino, un altro me lo ha regalato una signora svizzera che aveva il padre xilografo. La tipografia è morta nella metà degli anni '70. L'ha uccisa la stampa offset che consente un'altissima resa dell'immagine».

Imperversano le tecnologie d'avanguardia. Non vi sentite un po' fuori tempo?

«Mi sento un dinosauro e con onore. Sono contento di distinguermi da questo ciarpame moderno. Mi conforta il fatto di aver scoperto laboratori ad Amsterdam, nei paesi anglofoni (Inghilterra e Stati Uniti) che definiscono "letterpress" questa tecnica di stampa. La nostra "Officina" è una rarità in Italia. Qui si lavora di gomito, senza essere schiavi della Silicon Valley».

Cosa realizzate?

«Autoproduzioni, libri d'artista, poster, giochi in edizioni limitate, e pochissime produzioni, cose pregiate per altri. Non li proponiamo in libreria, ma in fiere specializzate, dove facciamo workshop con il torchio».

In che modo manifestano la bellezza i vostri libri?

«Nel fatto a mano, scelta delle carte, colori delicati, composizioni a caratteri mobili, di piombo, xilografie e anche testi di celebri poeti».

Come vi definite?

«Artigiani, con orgoglio. Artigiani vuol dire fare con le mani e sporcarsi le mani. Quando si andava all'estero per Panini riconoscevano la nostra capacità di bravi artigiani, quel "fatto bene italiano" che ora stiamo perdendo. Una delle cose più delinquenziali degli ultimi tempi è aver tolto il laboratorio dalle scuole. Occorre mantenere viva questa tradizione che da noi ha nobili origini: solo cinque anni dopo la prima tipografia a Subiaco (Roma) nacque, nel 1470, a Modena, non ancora capitale, quella di Domenico Rococciolo. La tipografia Soliani, di cui si parlava anche a Urbino, ha prodotto oltre 6 mila matrici xilografiche, ora alla Galleria Estense».

Perché è fondamentale il vostro lavoro? Chi sono i vostri potenziali eredi?

«Puntiamo a trasmettere i nostri saperi. La tipografia ha 550 anni di storia e cultura, mi piange il cuore pensare alla sua morte. Mi auguro che gli eredi siano gli allievi di istituti d'arte. Facciamo corsi, workshop, dai bambini agli allievi di Accademia. E un mese fa abbiamo ospitato laureati dell'Università di Architettura di Firenze. Con noi lavora nostra figlia Ebe, laureata a Parma in conservazione dei beni culturali, con Quintavalle».

Qual è il piacere di operare in questo campo ?

«Il piacere è che, a 70 anni, mi diverto a fare queste cose che riescono ancora a stupire, soprattutto i giovani. Si può fare magia, pur con strumenti antichi e obsoleti. Quando tiro dal torchio il primo foglio i miei occhi brillano».

DAI LIBRI D’ARTISTA
AL POSTER DEL ’68

Preziosi i libri d'artista che Officina Typo produce in proprio su carte particolari (cotone, Fabriano...).
Da buon romagnolo, Silvano Babini ha pensato a Pascoli, di cui riporta nel libro la poesia "Romagna", dedicata a Severino Ferrari, amico d'infanzia del poeta.
Il libro reca all'interno una xilografia policroma su linoleum, realizzata con sette matrici.
Illustrazione di Babini anche per "L'infinito" di Leopardi. Raffinati i libri concepiti da Ebe, come "Tondorosso" nelle immagini declinate nelle forme di mela, ciliegia, fungo... Suoi "Albero Zucca", sviluppato come un alfabetiere; "Il merlotipo" con il racconto di uno che ha scoperto il sistema di stampa tipografica; il "Gioco dell'Oca" con le sue pedine. Un gioco di lettering connota "Lettera G" di Gina Paolini che, in altri libri, si è confrontata con tutte le vocali e alcune consonanti.
A Officina Typo Simonetta Alemanni ha affidato i suoi libri d'artista: "A travers les yeux de Baudelaire" e "Pour toi mon amour, à travers les yeux de Prévert".
Nel poster "Mai 68. Debut dune lutte prolongée" Silvano fa rivivere l'immagine (incisione su linoleum) della contestazione studentesca del 1968 a Parigi. Immancabile il poster del Duomo di Modena. Altri, realizzati col torchio alla Biblioteca