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Pocesso Aemilia, il pm: «’Ndrangheta a Modena, vanno condannati la famiglia Bianchini e Gibertini»

«Dimostrato il concorso esterno: giusti 16anni di reclusione per Augusto e la moglie, e 12 per il figlio» Chiesti 17 anni per Gino, patron dei petroli, ex Modena Volley per avere usato la cosca in un’estorsione

Processo Aemilia, il pm legge le richieste di pena per i 24 imputati con rito abbreviato

REGGIO EMILIA. Praticamente mille anni di carcere, buona parte dei quali da far scontare al manipolo di illustri imputati modenesi che sono finiti in questo troncone dell’inchiesta Aemilia. L’inchiesta più grande sulle infiltrazioni delle mafie al Nord, tra Reggio Emilia e Modena.

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Processo Aemilia, il pm legge le richieste di pena per i 24 imputati con rito abbreviato

REGGIO EMILIA. Praticamente mille anni di carcere, buona parte dei quali da far scontare al manipolo di illustri imputati modenesi che sono finiti in questo troncone dell’inchiesta Aemilia. L’inchiesta più grande sulle infiltrazioni delle mafie al Nord, tra Reggio Emilia e Modena.

Processo Aemilia, le richieste di pena dei pm per i 148 imputati con rito ordinario



Diciassette anni e 10 mesi con pene accessorie e addentellati vari (come due anni di casa di lavoro) per Gino Gibertini, magnate del petrolio a Modena, ex presidente della pallavolo geminiana. Colpevole, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, di essersi rivolto alla ’ndrangheta per estorcere denaro ad un debitore riottoso.



Quindici anni e sei mesi, con confische e pene accessorie, per ciascuno dei coniugi Bianchini di Rivara di San Felice, Augusto e la moglie Bruna Braga, per avere sostenuto con reciproci vantaggi l’infiltrazione e il radicamento della cosca nell’Emilia terremotata, con l’aggravante - ma non è un termine tecnico - di avere disseminato di amianto i cantieri dell’emergenza e della ricostruzione. Per il figlio maggiorenne Alessandro, 12 anni e 10 mesi di reclusione.

Condanne anche per i due figli minori, accusati in sostanza di avere fatto da prestanome ai genitori quando si trattava di schivare i blocchi imposti dalle white list all’azienda madre, la Bianchini Costruzioni di San Felice: 5 anni e sei mesi per Alessandra, 6 anni per Nicola.

Riprendiamoli, web serie sui beni confiscati alla mafia - 2. L'azienda del nord strappata alla 'ndrangheta



Sono queste alcune delle richieste di condanna che ieri sera, al termine della terza giornata di requisitorie, hanno formulato i due pubblici ministeri Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. In tre lunghe udienze, hanno riassunto anni di indagini e oltre due anni di udienze. Centinaia di udienze, con quasi 150 persone imputate. Ieri sera, per specificare le richieste di condanna a carico di ciascun imputato, hanno impiegato mezz’ora.

Richieste che tra l’altro sono state suddivise tra quanti, imputati del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, hanno chiesto durante il processo ordinario - grazie alla finestra procedurale aperta da una ulteriore contestazione formulata dall’accusa di attivare il processo abbreviato - che prevede sconti di pena per un terzo.



Per gli altri reati e per gli altri imputati cui non era contestata l’associazione a delinquere mafiosa o che non hanno approfittato di quella finestra, il processo ha proseguito fino all’epilogo.

Un epilogo che, si era già intuito, non ha fatto sconti a nessuno, se non in un singolo caso, per una singola imputazione minore.

Tanto che dalle gabbie dei detenuti che possono assistere alle udienze (ce ne sono cinque considerati pericolosi e collegati dal carcere in videoconferenza) uno dei reclusi ha urlato polemicamente “Bingo!”. Di certo è stata una deflagrazione, che tutti i presenti, incluso il nutritissimo servizio d’ordine che presidia ogni volta la blindatissima aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, hanno ascoltato in silenzio e con grande attenzione.

Mesta l’uscita degli imputati a piede libero, come Bianchini e la moglie, che erano presenti, accompagnati da tutti i loro legali. Gibertini e gli altri modenesi, tra cui un esponente della famiglia Pelaggi e due figure intermedie, imputati residenti a Ravarino e a Bastiglia, non c’erano o non si sono fatti notare.

Ora la parola passa alle parti civili (sono costituite associazioni, sindacati e istituzioni anche modenesi, come i Comuni dell’Area Nord), quindi alle difese. Ma non sarà facile smontare milioni di pagine d’accusa, migliaia di intercettazioni e una trama che in dibattimento, tra testimoni e consulenti, con ben tre pentiti in sequenza, ha dato l’impressione di poter reggere, nel suo complesso, all’urto dell’indifferenza (ce n’è stata troppa) e delle contestazioni.