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La chat di classe va in vacanza: ecco la guida al genitore imbruttito

Dalla scuola materna alle superiori: come cambia il rapporto scuola-famiglia secondo le abitudini dettate da Whatsapp

MODENA. Sta finendo. La scuola sta finendo, qualche settimana di pausa fa bene. No, non dai banchi e dai libri (o meglio, anche da quelli, siamo onesti). No, non dalla sveglia all’alba per la maratona di famiglia (una mattina senza sveglia? Magariiiiiiiiii). La vacanza non è vacanza se non si sta in vacanza dalla chat di classe. Quello è il vero male dei dieci mesi di scuola: telefono intasato da foto di libri e quaderni, Whatsapp che bippa a tutte le ore, consultazioni su tutto che nemmeno ...

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MODENA. Sta finendo. La scuola sta finendo, qualche settimana di pausa fa bene. No, non dai banchi e dai libri (o meglio, anche da quelli, siamo onesti). No, non dalla sveglia all’alba per la maratona di famiglia (una mattina senza sveglia? Magariiiiiiiiii). La vacanza non è vacanza se non si sta in vacanza dalla chat di classe. Quello è il vero male dei dieci mesi di scuola: telefono intasato da foto di libri e quaderni, Whatsapp che bippa a tutte le ore, consultazioni su tutto che nemmeno il conclave…

La chat alimenta due cose: il dubbio su ciò che si fa in classe e sull’operato degli insegnanti, in assoluto le vittime preferite.

Si comincia alla scuola materna, dove se un uccellino ha sporcato lo scivolo devi accorgerti in tempo reale della presenza dell’escremento, dotando il gioco da giardino di una rilevazione wireless di pupu. Pena la pubblica gogna per la scuola e per la maestra inadempiente sulla chat: “Mamme – sì mamme, perché i papà nelle chat dell’asilo non possono esistere – ma avete visto che oggi sullo scivolo c’era una cacca? Come è possibile?”. Dovrebbe intervenire Piero Angela per spiegare che le deiezioni non si programmano come una manicure, ma tant’è.

Alle elementari i problemi cambiano. Nei primi anni la chat è sempre tendenzialmente “mammacentrica”, poi qualche papà comincia a comparire. In cima alla lista dei tormentoni giornalieri ci sono i compiti: “Voi lo fareste sul libro o sul quaderno?”. Io intanto lo farei, poi…

Poi c’è il comportamento: “Mamme, ma avete sentito la maestra? Ha detto che i nostri bimbi sono troppo vivaci. Se non si può correre neanche nell’intervallo, allora li leghiamo…?”. Fino a quando, poi, una caduta su un compagno diventa motivo di denuncia penale per la maestra che non ha sorvegliato e per la famiglia dell’altro bambino: stando alla ricostruzione fatta da genitori che non erano a scuola e non hanno visto nulla, il bimbo avrebbe certamente fatto lo sgambetto al compagno.

Dalla terza elementare è l’apprendimento il bersaglio mobile più gettonato: “Abbiamo imparato ogni riga, l’ho interrogata io ieri sera, e lei oggi le ha detto 8 perché si esprime male. Sapeva a memoria il capitolo, allora è il libro che è sbagliato?”. È qui, dove sullo sfondo si insinua la gelosia al grido di “mio figlio è più bravo del tuo”, che comincia a nascere anche la chat parallela, dove fanno crocchio solo i genitori che pensano di andare d’accordo su tutto. Della sua esistenza te ne accorgi quando il primo genitore sbaglia conversazione e scrive a tutti che il genitore di Tizio è un cretino.

Con la chat tutto diventa un problema, anche l’abbigliamento: “Secondo voi i bambini hanno freddo o caldo in classe?”. “Voi la canottiera gliela mettete?”. “Nello zaino possono mettere anche una bottiglietta d’acqua o non possono bere?”. La via della disidratazione, insomma, è dietro l’angolo.

Il top lo si raggiunge con il regalo per le maestre: da chi paventa un’organizzazione da lista nozze a chi fa finta di dimenticarsi di dare la propria quota, è sempre il malcapitato rappresentante di classe a dover tenere i conti e quando, con eccesso di zelo, chiede se va bene quanto pattuito in assemblea, si scatena la consultazione in stile grillino dove tutti sentono il bisogno di dare il proprio assenso, ma in forma personale: “Sì” “Ok” “Va bene” “Grande” “Mitica” “Forte” “Grazie di tutto” Se non ci fossi tu…”. I più sbrigativi optano per un “pollice in su” dove la massima distinzione è il colore: giallo per i più frettolosi, color carne per i perfezionisti, nero per chi oltre al segno di approvazione vuole ricordare la vera integrazione.

Quest’ultima, per i ragazzi, arriva con le scuole medie, mentre la chat dei genitori diventa molto più sbrigativa, una fredda bacheca di numeri ai quali nessuno o quasi associa identità. Nomi? E chi li conosce… Facce? E chi li ha mai visti… I genitori misurano il feeling a seconda della percentuale di attrito con la stessa prof., per il resto è un cammino spesso solitario. I ragazzi cominciano a conquistare la loro indipendenza, davanti a scuola non ci si vede più e allora in chat si può anche mandare qualcuno a quel paese senza correre il rischio di doversi giustificare. I motivi? Se possibile ancora più futili della cacca d’uccello sullo scivolo dell’asilo, perché con dieci anni di esperienza il percorso in chat del genitore imbruttito si è definitivamente compiuto. In attesa delle scuole superiori, dove la chat preferita non sarà più quella dei colleghi genitori, ma quella dei figli. Magari da controllare di nascosto...

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