Omar: «Qui non c’è futuro. Scelgo la clandestinità»

Cosa accade ai profughi che da mesi sono in attesa di un permesso che difficilmente arriverà? Un giovane della Costa d’Avorio racconta la sua odissea. E ora la decisione di andare in Francia

MODENA Omar ha deciso. Parte per la Francia, lascia il centro di accoglienza modenese, scivola volontariamente nella clandestinità e tenta la fortuna.

I mezzi sono scarsi, ha aspettato il pocket money che nel centro d'accoglienza distribuiscono mensilmente ad ogni migrante.


Sono 75 euro. Pochi. Così decide a fine luglio di auto-finanziare la sua fuga. Il lavoro non lo trova, forse non ha cercato abbastanza bene perché aveva ormai scelto: via dall'Italia, via da un paese che non può offrirgli certezze. Almeno in Francia può contare su alcuni famigliari emigrati una decade fa dal suo paese d'origine: la Costa d'Avorio.

I SOLDI NEI PARCHEGGI

Omar parla un ottimo francese. Comincia a ciondolare nei parcheggi dei supermercati con l'intenzione di racimolare qualche moneta aiutando le massaie a caricare la spesa in macchina. Un'idea che molti richiedenti asilo hanno avuto prima di lui. E la competizione fra “fratelli” è spietata: «Un ragazzo senegalese mi ha cacciato in malo modo – spiega Omar – mi ha detto che quello era il suo territorio e che dovevo cercarmi un altro posto».

Cosi si reca al Policlinico a fare il parcheggiatore abusivo. Non funziona, anche in quel luogo ci sono già dei ragazzi nigeriani. «Meglio non scherzare con i nigeriani, ci mettono un attimo ad alzare le mani, persino in Africa sono considerati un popolo a parte, famigerato per la violenza e la criminalità; qui in Europa screditano le fatiche di molti africani che vogliono integrarsi», dice Omar che cercava nell'uomo bianco un “capo” buono e paterno alla Kipling. Che aveva il terrore degli arabi perché gli ricordavano i suoi aguzzini in Libia che lo picchiavano con la “chicote”, cioè a nerbate.

Negli ultimi tempi usciva molto poco dal centro di accoglienza che si trova a poche centinaia di metri dal Direzionale 70.

CUPO EDIFICIO GRIGIO

In un cupo edificio grigio dove vivono centinaia di richiedenti asilo inquadrati in tre cooperative. Nel palazzo ci sono anche delinquenti ai servizi sociali o agli arresti domiciliari.

Un'umanità emarginata e in difficoltà che coabita un po' rassegnata. Davanti alla prospettiva del rimpatrio forzato molti migranti decidono di lasciare il sistema dell'accoglienza e quindi diventare clandestini.

Senza documenti e senza soldi, lasciati a se stessi per le strade delle città rischiano di entrare nel giro della micro-criminalità.

Ma altri, come Omar, si affidano alle reti famigliari per tentare di proseguire la propria avventura in Europa settentrionale.

«tornatene a casa, negro»

Omar era depresso, aveva perso il sorriso. Raccontava di insulti ricevuti per strada: «Brutto negro tornatene al tuo paese, mi hanno urlato dei ragazzini bianchi». Guardava il telegiornale ed era a disagio quando si recava in centro a Modena, aveva la sensazione di essere odiato dagli italiani. «Quando passa una donna, qualsiasi sia la sua età, abbasso gli occhi perché dicono che i neri molestano e stuprano le bianche», diceva. Riesce a farsi dare 150 euro dall'imam di una moschea, il quale sa bene che non si tratta di un prestito ma di un'opera di carità. Nelle settimane che precedono la fuga, Omar si mette a pregare cinque volte al giorno, in una camera angusta che condivide con altri due richiedenti asilo. È sempre stato molto religioso. Non fuma e non beve e non ha mai frequentato le zone dello spaccio.

MIGRANTE ECONOMICO

“Nel mio paese non c'è la guerra, non ci sono conflitti etnici, c'è solo molta povertà e criminalità diffusa”, spiegava Omar che aveva capito tutto: lui i documenti non li avrebbe mai avuti perché è considerato un “migrante economico” non degno della “protezione internazionale”. Così decide di tornare nella “brousse”, che in francese significa darsi alla macchia perché, come aggiunge: “Dehors ou mort”, “Fuga o morte”. In fondo, dopo aver superato il deserto, dopo le torture in Libia e la traversata suicida del Mediterraneo quanto può costargli cercare di varcare il confine francese? Omar si fa consigliare, gli dicono di evitare la Svizzera, di passare dal Piemonte o dalla Liguria e di prendere poi un treno per Parigi, la sua destinazione finale.

meglio senza documento

Gli suggeriscono anche di viaggiare senza documenti per evitare l'identificazione così da poter, una volta giunto in Francia, ricominciare le pratiche per l'ottenimento dello status di rifugiato ex novo, con un nuovo nome e l'età ritoccata. Da dove viene lui, non esiste anagrafe né censimenti. Ma il viaggio non è facile, i doganieri francesi salgono sui convogli con i cani, fermano tutti gli africani.

Un suo amico, attraverso la piattaforma di carsharing “Blablacar”, gli prenota allora un posto nella macchina di un ignaro studente Erasmus di ritorno a Marsiglia.

Su strada Omar ha più probabilità di farcela, soprattutto se viaggia su un veicolo privato e non su di una corriera.

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