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Pievepelago, appello per il rifugio Marchetti: «Basta guerre giudiziarie»

L’ex gestore Giorgio Ballestri invoca l’accordo con Usi Civici e Comune di Barga Giovanardi: «Se ne rivendicano la proprietà allora paghino il valore immobiliare»

PIEVEPELAGO . Basta guerre giudiziarie per il bene della struttura e di ciò che rappresenta.

Giorgio Ballestri, ex gestore del rifugio Marchetti del lago Santo (Pieve) tende la mano agli Usi Civici (Asbuc) di Barga e al Comune in una svolta senza precedenti nei finora tesissimi rapporti. Vuole innanzitutto evitare un altro inverno con tre metri di neve a seppellire il rifugio abbandonato: è già stato duramente provato da due, il terzo senza alcuna pulizia o riscaldamento potrebbe causare dann ...

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PIEVEPELAGO . Basta guerre giudiziarie per il bene della struttura e di ciò che rappresenta.

Giorgio Ballestri, ex gestore del rifugio Marchetti del lago Santo (Pieve) tende la mano agli Usi Civici (Asbuc) di Barga e al Comune in una svolta senza precedenti nei finora tesissimi rapporti. Vuole innanzitutto evitare un altro inverno con tre metri di neve a seppellire il rifugio abbandonato: è già stato duramente provato da due, il terzo senza alcuna pulizia o riscaldamento potrebbe causare danni irrecuperabili.

LA STORIA . La vicenda, per sommi capi, è questa. Il rifugio fu costruito sulle rive del lago (il primo) nel 1936 da Tullio Marchetti con una concessione per affitto di terreno dal Comune di Barga (Lucca), in lite da 600 anni con il versante modenese per il possesso delle aree attorno legate agli Usi Civici. La controversia fu risolta ufficialmente nel 1986 con un decreto che vide l’assegnazione di 719 ettari alle genti di Barga e 196 ai pievaroli. Ma sul rifugio, eretto con la formula del diritto di superficie su un terreno altrui, si aprì una querelle che già nel 1990 portò alla prima causa contro Barga. Nel 1991 Giorgio Ballestri acquistò i diritti sull’immobile e subentrò nella causa anche in qualità di erede. Nel 1996 sembrò arrivare la soluzione quando Ballestri sottoscrisse col Comune di Barga un preliminare di vendita per l'acquisto del terreno con 115 milioni di lire. Ma l’anno dopo arrivò la doccia fredda: il Comune passò la proprietà all'Asbuc, che non volle sapere di vendere. Un comportamento bollato come “contrario a ogni correttezza contrattuale” il 10 gennaio 2018 con sentenza di Cassazione. Se non ci fosse stato questo voltafaccia, oggi Ballestri sarebbe proprietario e gestore di un rifugio aperto. Invece è stato sfrattato nell’ottobre 2015 (dopo 11 anni di affitti regolari) per le difficoltà legate al calo turistico per le frane di Tagliole. A luglio ha fatto ricorso in Cassazione. La situazione è paradossale: l’Asbuc si dice proprietaria del rifugio perché è costruito su suo terreno, ma una piena proprietà è tale solo se libera da crediti o ipoteche. E Ballestri resta titolare del credito sul valore dell'immobile perché le spese di costruzione fanno capo a lui in qualità di erede subentrato.



GLI APPELLI . Un anno dopo aver riacceso i riflettori sull’incredibile caso, ieri l’ex senatore Carlo Giovanardi (già attivo nell’accordo del 1996) è tornato a Pieve per fare il punto con Ballestri e il consigliere comunale di opposizione Piero Vicini. «Il rifugio ha un valore economico certo, ma anche turistico, storico e culturale per il territorio - ha sottolineato Giovanardi - se non vogliamo che vada in disfacimento, sediamoci tutti a un tavolo per trovare un accordo. Se Barga insiste a dire che è suo, paghi a Ballestri il valore della costruzione. Altrimenti lo lasci rientrare stabilendo un affitto equo: lui è pronto a riaprire già quest’inverno». «In tre anni di chiusura si sono persi almeno 350mila euro di introiti dal rifugio - ha fatto notare Ballestri- più tutto il danno che ha subito il giro turistico del lago. E il deperimento della struttura. È un vicolo cieco. Io dico: basta colpe e usciamone, per il bene di tutti». «È una costruzione privata ma la sua valenza storica gli conferisce un pieno interesse pubblico» ha ricordato il padre Emilio Ballestri. «Anche il Comune di Pieve deve fare la sua parte - ha esortato Vicini - non può lavarsene le mani dicendo che è una questione privata». —

DANIELE MONTANARI.