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Processo Aemilia, volata per la sentenza

Giovedì arringhe conclusive delle parti civili, intanto la Dda insiste sulle condanne: «E vanno messi subito in carcere»

Processo Aemilia, atto finale. È attesa per ottobre la sentenza sul più grande processo per mafia del Nord Italia. Giovedì 11 ottobre è previsto l’ultimo intervento, con le dichiarazioni spontanee degli imputati, prima che la Corte presieduta dal modenese Francesco Maria Caruso si ritiri in camera di consiglio.

I giudici avranno comunque modo già prima di ripassare l’enorme mole di atti accumulati in questi due anni di dibattimento. Le udienze, che sono riprese la scorsa settimana, si interr ...

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Processo Aemilia, atto finale. È attesa per ottobre la sentenza sul più grande processo per mafia del Nord Italia. Giovedì 11 ottobre è previsto l’ultimo intervento, con le dichiarazioni spontanee degli imputati, prima che la Corte presieduta dal modenese Francesco Maria Caruso si ritiri in camera di consiglio.

I giudici avranno comunque modo già prima di ripassare l’enorme mole di atti accumulati in questi due anni di dibattimento. Le udienze, che sono riprese la scorsa settimana, si interromperanno infatti per due settimane dopo quella del 20 settembre.

Giovedì sono in programma le repliche delle parti civili, tra cui i Comuni della Bassa Modenese e la Provincia di Modena, oltre a sindacati e associazioni di tutela della legalità. Ma le sorprese non sono mancate già con l’udienza di giovedì scorso, quando i pm Mescolini e Ronchi hanno ribadito tutte le richieste di condanna formulate nei mesi scorsi. Anche contro gli imputati modenesi, tra i quali spiccano a vario titolo i componenti della famiglia Bianchini di San Felice e l’imprenditore modenese dei petroli Gino Gibertini.

Intanto, se verranno condannati in primo grado, decine di imputati del processo Aemilia ora a piede libero potrebbero finire subito in prigione, senza attendere l’ultimo grado di giudizio. È quanto chiesto dai sostituti procuratori Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. A finire nuovamente agli arresti potrebbero essere i fratelli Vertinelli - da poco usciti di galera - Luigi Muto, Giuseppe Iaquinta (padre dell’ex campione del mondo Vincenzo), Carmine Belfiore, Eugenio Sergio, Alfonso Paolini. Alcuni nomi tra i tanti.

La richiesta di custodia cautelare in carcere è stata depositata a sorpresa e riguarda quindi gli imputati eventualmente condannati nel processo Aemilia interessati dal primo capo di imputazione, quello più pesante, che riguarda l’associazione a delinquere di stampo mafioso. I Bianchini, si ricorderà, sono accusati di concorso esterno nell’associazione, mentre Gibertini di una estorsione in concorso con alcuni ’ndranghetisti, aggravata dal metodo mafioso.

Nell’ultima requisitoria il pm Ronchi è partita dalla difesa dei pentiti “nati” nel processo Aemilia, vero grimaldello della Procura antimafia per colmare i punti ciechi che fisiologicamente ci possono essere in un’indagine così articolata e con oltre 200 imputati tra i vari riti e filoni. «C’è stato il tentativo dei difensori di sottolineare una inattendibilità dei nostri collaboratori e in particolare Valerio e Muto», ha detto Beatrice Ronchi, che ha preso per prima la parola. «Riteniamo estremamente acclarata l’attendibilità dei collaboratori in relazione a quanto dichiarato», ha sottolineato nelle oltre cinque ore di repliche.

E il riferimento della Ronchi è stato anche ad una delle accuse ad Augusto Bianchini, quella di avere evitato di saldare un debito grazie all’appoggio del boss Michele Bolognino, con cui aveva stretto la famosa “collaborazione” per far entrare gli operai della cosca nella ricostruzione post sisma. Per Ronchi l’accusa ha trovato puntuale riscontro nelle dichiarazioni dei pentiti, peraltro confermate dagli atti di indagine e dalle intercettazioni. Persino dalle ammissioni.

Mescolini ha spiegato di avere consegnato alla Corte, con il consenso delle difese, copiosa documentazione in replica alle arringhe degli avvocati di Bianchini, che a margine dell’udienza di giovedì hanno invece riconfermato la loro tesi difensiva, sulla inconsistenza del concorso esterno, ribadendo che si trattava semplicemente di operai specializzati di cui i Bianchini avevano bisogno in quel momento, inconsapevoli dei loro legami con la cosca. Pur riconoscendo la complessità dell’accusa e la sua progressiva puntualizzazione, il procuratore si è invece detto convinto che anche contro i Bianchini siano stati raccolti elementi decisivi. —

ALBERTO SETTI

VALENTINA CORSINI