Il racconto di Antonella: «Così sono fuggita dalla prigione affettiva di un partner malato»

Parla l’autrice del libro fresco di stampa “L’amore che non ti meriti” «Una storia vera per dare coraggio alle vittime di narcisisti patologici»

MODENA. Si può diventare prigionieri della persona amata. Ma si può anche fuggire e ricominciare. La strada è lunga e dolorosa ed è fatta soprattutto di consapevolezza, ma la via d’uscita c’è. È il lieto fine della drammatica storia autobiografica raccontata da Antonella Mattioli, professionista modenese, nel suo libro appena pubblicato da Aliberti Editore: “L’amore che non ti meriti”. La storia racconta la sua relazione con un narcisista patologico e il loro rapporto malato; un rapporto che interessa il 5% degli italiani (donne ma anche uomini).

Antonella, come è nato il suo libro?


«Alla fine del mio percorso ho sentito il bisogno di raccontare in pubblico chi è un narcisista patologico e il grave disturbo post traumatico che deriva per la sua vittima. Il mio libro è il primo di questo genere in Italia. È un caso di violenza psichica raccontato dall’inizio alla fine, senza finzioni, cercando la verità dei fatti, anche se visti da me».

Come ci si accorge di questo rapporto malato?

«Si sente una difficoltà crescente a continuare il rapporto col narcisista patologico (il cui disturbo non va frainteso con la comune definizione di narcisismo) e ci si sente un po’ alla volta risucchiati, finché non si diventa un suo oggetto, si è in sua balìa. È angosciante. È difficile capire cosa ti sta succedendo. All’inizio sei bombardata di attenzioni. Il mio ex del libro fece 500 km perché non rispondevo al telefono. Ma è solo un modo per controllare l’altro. Tutto questo lo scambi per una continua dimostrazione d’amore. Intanto, inizi a sprofondare».

Cosa succede?

«Il patologico ha atteggiamenti rituali. La letteratura psichiatrica distingue cinque fasi fisse. È un percorso che va dall’attenzione esasperata fino al disinteresse totale. Man mano che le risposte spariscono, aumenta il silenzio. Finché diventi un rifiuto. Non dà più spiegazioni e intanto scopri che frequenta un’altra. Per lui non esisti più. Il suo silenzio ti uccide. Ti senti morire. In queste storie dolorose per le vittime non c’è mai un congedo. Ti senti a pezzi, angosciata e intrappolata».

Il suo libro racconta come ne è uscita.

«È stato complicato. È una questione spinosa. In Italia questa è una malattia riconosciuta da poco. Per anni sono andata da uno psicanalista che doveva conoscere questa patologia psichiatrica descritta nei manuali dal Dopoguerra, aveva tutti i sintomi ma non ha mai fatto niente. Era un incompetente. Ho fatto da sola. Tutto è nato per caso leggendo un articolo di giornale e dai sintomi ho capito che esisteva questa patologia che combaciava con la mia storia di vittima. Poi ho scoperto gli scritti dello psichiatra argentino Hugo Marietan e anche l’esistenza di percorsi di guarigione per le vittime: in fondo, è uno stress post traumatico simile a quello dei reduci».

Qual’è la lezione?

«Che da una relazione patologica di questo tipo si può uscire. E si può vivere e star bene da soli. Il mio è un invito ad agire alle donne vittime di narcisisti patologici». —

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