Modena. Neonatologia perde il professor Ferrari, va in pensione «La cura? I genitori»

L’uomo che ha rivoluzionato il reparto rendendolo umano «La scoperta? Nessuna medicina è come la mamma»

Di scoperte ne ha viste parecchie, nella sua lunga carriera vissuta tra Modena, Cambridge e Boston. La più bella, però, è stata anche la più “naturale”: le mani di una mamma (e anche quelle di un papà) curano un bimbo molto più di qualsiasi medicina. E allora l’investimento più grande per il futuro, quello che va al di là delle innovazioni medico-scientifiche, è quello che riguarda le persone: «Dobbiamo “umanizzare” sempre più il reparto, coinvolgendo attivamente i genitori e i caregiver».

Fabrizio Ferrari, direttore della Struttura complessa di Neonatologia del Policlinico di Modena, andrà in pensione a fine ottobre dopo 42 anni di carriera in cui ha visto tanti cambiamenti nel suo settore.


Professor Ferrari, dal ’76 a oggi ha visto la Neonatologia cambiare radicalmente…

«Sì, o meglio: più che vederla cambiare l’ho vista… nascere, dal momento che quando ho iniziato a lavorare non esisteva proprio. Fu con il professor Giovanni Battista Cavazzuti che a Modena fu istituita la prima cattedra di Neonatologia in Italia, mentre quella di Pediatria c’era da due secoli. Università a parte, un tempo non si sentiva il bisogno di cure intensive per i neonati, dal momento che un bimbo che pesava meno di un chilo moriva sempre, mentre oggi per fortuna non è più così».

Quanti sono e quali problemi hanno i neonati che curate nel reparto?

«Curiamo una media di 450 bimbi all’anno, ma in qualche caso sono stati anche 500. Di questi, solo 70-80 pesano meno di un chilo e mezzo, e questi sono i bimbi su cui lavoriamo tutti i giorni, anche perché siamo il reparto che ha più bimbi dal peso basso in Emilia Romagna. Per questi piccoli abbiamo dieci posti in terapia intensiva, a cui se ne aggiungono altrettanti per i piccoli sopra il chilo e mezzo, che hanno bisogno di cure più blande, che vanno dall’osservazione all’alimentazione precoce».

E poi ci sono i casi di asfissia alla nascita. Quanti sono?

«Circa 20 all’anno: un tempo erano gli anestesisti a fare rianimazione in sala parto, tanto che una volta, negli anni ’80, fui mandato via mentre intubavo un bimbo… oggi le cose sono cambiate, e ad andare in sala parto per fare rianimazione sono i medici. Si tratta di casi che allora avevano una mortalità altissima: anche per questo, all’inizio degli anni ’90 andai a Cambridge, dove erano decisamente più avanti di noi nella cura dei neonati con asfissia. Un’esperienza molto importante, che mi portò a conoscere un medico straordinario, una donna più giovane di me, che mi insegnò tante cose. Oggi da questo punto di vista abbiamo raggiunto gli standard degli altri Paesi, anche se esistono ancora delle differenze tra gli ospedali del nord Italia e quelli del sud».

Cosa si fa in caso di asfissia grave?

«E’ indispensabile sapere entro sei ore dalla nascita se il bimbo ha sofferto: in questo caso, lo mettiamo in ipotermia, portando la temperatura da 36 a 34 gradi. Si tratta di una misura neuroprotettiva, riconosciuta nel 2010 come “standard of care”, che nella maggior parte dei casi impedisce al piccolo di diventare spastico, cosa che un tempo succedeva a tutti i neonati in asfissia. Fondamentale da questo punto di vista è l’esame elettroencefalografico: per questo, abbiamo un tecnico disponibile 24 ore su 24, uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, anche perché è fondamentale fare questo esame entro sei ore per valutare se è necessario mettere il bimbo in ipotermia per proteggere il cervello».

La Neonatologia è un settore molto delicato anche dal punto di vista dei rapporti con le famiglie: come è cambiato il vostro lavoro?

«Questa è stata un’altra grande conquista, perché la presenza dei genitori, che in quel momento vanno accolti e rassicurati, è fondamentale. La cosa più importante, quando un bimbo è ricoverato da noi, è seguire la famiglia giorno per giorno con un percorso di riavvicinamento al piccolo: se il neonato è stato stabilizzato in sala parto, non c’è fretta, e quindi viene portato dalla madre, che se possibile lo tiene anche in braccio. La cosa fondamentale, dunque, è non troncare il legame tra il percorso della gravidanza e il bambino nato: in molti casi oggi a due ore dal cesareo il bambino è già nelle mani della mamma e del papà, che hanno una capacità di stabilizzare il bambino che nessuna medicina avrà mai. Così, negli anni abbiamo adeguato il reparto, che oggi è aperto 24 ore su 24, e anche per il futuro la vera sfida è quella di completare il percorso di “umanizzazione” del reparto, coinvolgendo attivamente i genitori e i “caregiver”». —

LUCA GARDINALE

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