Modena. I volontari del Pettirosso in guerra contro i bracconieri

I modenesi affiancano gli uomini in divisa tra Brescia e Bergamo: trovano le tracce dei luoghi di cattura e aspettano sino all’alba i vandali



MODENA. Da dieci giorni si muovono di notte e sino all’alba, tra i boschi e le valli del Camonica, la Val Trompia e la Val Brembana. Si muovono silenziosi sulle tracce dei bracconieri e quando trovano reti, archetti e altre trappole per pettirossi, rondini e altri piccoli uccelli restano ad aspettare sino a quando non pescano con le mani nel sacco il responsabile.


Da dieci giorni questa è la vita dei volontari del centro “Il Pettirosso” di Modena, guidati dallo storico leader Piero Milanesi, che come ausiliari di polizia giudiziaria affiancano i carabinieri forestali del nucleo antibracconaggio. Il loro lavoro non conosce soste nè di giorno nè di notte, alla ricerca dei cacciatori di frodo. Sinora sono stati recuperati nei frigoriferi dei vandali 2.000 uccelletti di varie specie.

Ognuno pesa pochi grammi ma sul mercato nero dei ristoranti che hanno nel menù “polenta e osei” i piccoli volatili vengono comprati a 2,5 euro l’uno, per offrire il piatto tradizionale alla clientela.

«Siamo solo agli inizia - sbotta Milanesi - e i conti sono presto fatti. I sequestri valgono 50 mila euro di merce, sinora. Il grosso dei volatili deve arrivare con il freddo dell’inverno, quando lasciano i climi del nord per svernare nel nostro paese. Scelgono il canale del lago di Garda, più tiepido e ben visibile dall’alto, seguendo le rotte che fanno da millenni tra la sponda bresciana del lago e la provincia di Bergamo. Ma quando arrivano da noi trovano trappole e reti ovunque, favorite dall’alibi della tradizione. Abbiamo trovato reti persino nei giardini privati, persino nei minuscoli cortili delle villette a schiera. Nessuno dice niente, con la scusa che si è sempre fatto così e che in fondo gli uccellini sono tanti. Invece no, è una ferita enorme per l’equilibrio faunistico italiano».

Le guide modenesi che battono le piste e trovano come seguci i luoghi delle reti nei boschi, allenati come sono, indicano agli altri uomini in divisa il bersaglio.

Poi sono questi ultimi a identificare i bracconieri, a sequestrare le prede, a perquisire le vetture e a volte i frigoriferi che fanno da carniere refrigerato per consegnare seduta stante ai ristoranti gli uccellini già spennati.

Denunce? Sì, ci sono. Il seguito sono i processi penali, con sanzioni sino a mille euro e il sequestro del fucile, se c’è, oltre che la revoca dell’eventuale licenza di caccia.

Ma il facile arricchimento, con legioni di bracconieri si buttano su un territorio grande un sesto della Lombardia, la quasi certezza di farla franca con gli scarsi numeri dei controlli (nonostante l’abnegazione di chi gli dà la caccia) creano un clima di omertà e impunità.

«L’anno scorso - conclude Milanesi - sono state denunciate penalmente 126 persone, di cui il 30% era recidivo. Abbiamo trovato spacciatori che avevano lasciato lo smercio di eroina per dedicarsi all’uccellagione». —