Formigine. Il manicomio dei bambini di Modena Ecco cosa succedeva a “Villa Giardini”

il racconto Paolo Tortella nel libro “I ragazzi di Villa Giardini. Il manicomio dei bambini a Modena” (Aliberti, 2018) racconta in prima persona la sua esperienza di insegnante all’interno dell’Istituto

FORMIGINE. Paolo Tortella nel libro “I ragazzi di Villa Giardini. Il manicomio dei bambini a Modena” (Aliberti, 2018) racconta in prima persona la sua esperienza di insegnante all’interno dell’Istituto Villa Giardini di Casinalbo in cui, fino ai primi anni ’70, si accoglievano “bambini e ragazzi subnormali”.

Entrato a Villa Giardini con l’entusiasmo di chi pensava di poter finalmente “mettere in pratica i principi e le risorse di quella pedagogia innovativa” appresa durante gli studi, il diciannovenne Paolo, fresco di diploma magistrale, si trovò proiettato in un universo che non avrebbe più potuto dimenticare. Vigilanza continua giorno e notte, turni lavorativi di dodici ore consecutive, sette giorni su sette, con una domenica libera al mese, il compito prioritario dei vigilanti, gli era subito stato spiegato, era quello di evitare che i ragazzi infastidissero gli operatori e la direzione. Il giovane Paolo aveva accettato con entusiasmo il lavoro sia per potersi mantenere autonomamente che pensando che lì avrebbe potuto non solo insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzi ma anche organizzare insieme a loro attività sportive e gite. “Erano gli anni della contestazione, delle cattedre rovesciate e dei movimenti operai e studenteschi. Tutto era stato messo in discussione, e io avrei partecipato al cambiamento”.


L’autore racconta della disumanità con cui erano trattati i giovani “ospiti” ma anche di qualche momento esaltante come le prime uscite da quell’istituto col pulmino stipato di quelli che venivano chiamati “subnormali” o “caratteriali”, “diversi”, dunque “pericolosi”, narra di come questi ragazzi si trovassero del tutto spaesati fuori dall’istituto, proiettati in un mondo che non conoscevano più o non avevano mai conosciuto.

Nel libro si parla anche delle inchieste portate avanti dal giornalista Nando Gavioli della redazione locale de “l’Unità” a cui il giovane operatore forniva informazioni di prima mano, a lui raccontò ad esempio la tremenda vicenda di un bambino di appena nove anni solito a bagnare il letto di notte: all’ennesimo episodio il caporeparto “l’ha tirato giù dal letto fradicio, spingendolo col bastone, per non doverlo toccare con le mani. Con un calcio l’ha chiuso fuori. L’ha costretto a mettersi in ginocchio, sul balconcino, per punizione. Mezzo nudo. Sicuramente la neve gelida ferma sul pavimento stava ghiacciando In classe, la mattina dopo, i ragazzi lo sapevano che era stato portato in infermeria. Per loro non era strano anzi spesso capitava anche che dall’infermeria si finisse in ospedale. Non era nemmeno strano che fosse stato picchiato”. C’era anche stato il caso di un ragazzino punito talmente severamente da “sparire” dall'istituto. Nessuno l’aveva più visto e solo dopo qualche tempo si era scoperto che pochi giorni dopo “la punizione” il poveretto era morto di polmonite.

Oltre all’inchiesta giornalistica, che tra il 1968 e il 1969 si estese ad altri istituti locali, anche diversi politici modenesi si esposero presentando un esposto alla Procura e le indagini condotte da un giudice modenese portarono nel 1970 l’autore del libro al cospetto del Tribunale dei minori di Bologna e quella fu l’occasione per spiegare il reale funzionamento della struttura a un giudice. “Nel febbraio del 1971 fui licenziato per ragioni politiche. C’era scritto così sulla lettera”, scrive l’autore che, riottenuto il lavoro, si decise a rendere pubbliche le accuse e a coinvolgere le famiglie dei ragazzi. Pian piano Villa Giardini sì svuotò sino a chiudere i battenti nei primi anni ’70. “Sebbene fossi ancora molto giovane e particolarmente timido, continuai a comportarmi come quando scelsi di guidare il pulmino per la prima volta; come allora continuai ad adoperarmi per portare i ragazzi fuori dai confini della struttura nella quale si trovavano rinchiusi”. Nonostante la chiusura di Villa Giardini, ricorda Tortella, i passi da fare restavano ancora molti nell’ambito del disagio sociale e mentale: “i servizi sociali non esistevano ancora; esistevano solo i manicomi, e i matti dovevano stare lì dentro”. Il libro si chiude con un’Appendice scritta da Elena Becchi che ricostruisce puntualmente le vicende di Villa Giardini. Da queste pagine finali si capisce che di giustizia ne fu fatta poca, forse per amicizie influenti o forse per una generale cattiva coscienza. —