Passioni / La missione di Barbara Fontanesi: far vivere lo sport ai disabili

Da domani a Sassuolo debutta un festival promosso dalla campionessa di volley «Uno stimolo per rimettersi in gioco dopo un trauma che ti ha cambiato la vita»

Sassuolo Si chiama “SportivaMente”, il festival organizzato per il primo anno dall’associazione di promozione sociale “Fuori Campo 11” e dall’associazione sportiva “Young Volley”, nato con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle virtù dello sport come strumento per migliorare le condizioni di vita delle persone con disabilità e non solo. L’evento si svolgerà a Sassuolo da domani al 2 dicembre.

Una delle ideatrici è Barbara Fontanesi, pallavolista, da anni residente a Sassuolo: “Il Festival SportivaMente – spiega - è nato prima dell’estate, durante un incontro con l’assessore allo Sport del Comune di Sassuolo, Giulia Pigoni. In quell’occasione condividemmo la necessità di realizzare un’iniziativa che parlasse di cultura, sport e disabilità, ispirata alla Giornata Internazionale delle Disabilità, prevista per il prossimo 3 dicembre”.



“Se mi osservo con gli occhi dell’allenatore – racconta Barbara Fontanesi - posso dire di essere stata un mix di talento e perseveranza. Ho iniziato a giocare a 10 anni e a 13 ero già in Nazionale. A 15 anni ho firmato il mio primo contratto in serie A e da quel momento è stata un escalation. Ho coronato il mio sogno di giocare in squadre importanti e di diventare la schiacciatrice della Nazionale italiana con la quale nel ’89 ho vinto la prima medaglia nella storia del volley femminile. A 22 anni, al rientro dagli Europei di Roma, ho deciso di cambiare ruolo e di diventare palleggiatrice. Un evento unico per un’atleta già affermata. A distanza di anni posso dire di aver vinto la mia sfida, che mi ha portato a prolungare la mia carriera sportiva. In questo c’è molta attinenza con la mission del festival: trovare il coraggio di cambiare per sopravvivere”.



Cosa può rappresentare lo sport per i ragazzi disabili?

“Uno stimolo per uscire di casa, un luogo dove rimettersi in gioco dopo un trauma che gli ha cambiato la vita. Superare i propri limiti è ciò che ci rende fieri e maggiormente autonomi. Disabilità non è sinonimo di inabilità, se poi durante il percorso si diventa anche un campione com’è successo a molti dei nostri ospiti, allora l’entusiasmo sale, ma non dev’essere il motivo che spinge i ragazzi ad entrare in palestra. Questo vale anche per i normodotati”.

E cosa rappresenta per te lo sport?

“Da qualche anno ho fatto pace con la pallavolo, ma per molto tempo l’ho considerata la causa di un’adolescenza non vissuta. Ho avuto anni in cui l’ho odiata. Oggi, che ripercorro le tappe attraverso gli occhi e le emozioni delle ragazze che alleno, posso dire di non essermi persa molto e di ringraziare quello che lo sport mi ha permesso di vivere. Mi ha reso indipendente, curiosa e con una mentalità aperta”.

Adesso insegni ai bambini, cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

“Con il mio progetto Fuori Campo 11, cerco di trasmettere agli atleti il fatto che lo sport dev’essere prima di tutto un’esperienza educativa. Questo lo faccio attraverso l’organizzazione di laboratori finalizzati a renderli protagonisti, dentro e fuori dal campo. Non voglio che arrivino ad abbandonare la pallavolo semplicemente perché forse non diventeranno dei campioni. Il nostro è un mestiere difficile. Non è facile motivarli quando la cultura sportiva di questi anni antepone il risultato all’esperienza”. —

Ombretta Guerri