Grazie, Modena. Dove tutto è possibile

Enrico Grazioli lascia la direzione della Gazzetta di Modena e passa adesso alla direzione de Il Piccolo di Trieste, altra importante testata del gruppo Gedi. Alla direzione della Gazzetta di Modena arriva Roberta Giani, proveniente dal Piccolo di Trieste e da una recente esperienza nella redazione di Repubblica. Il saluto dell'editore e l'editoriale di commiato di Enrico Grazioli

Enrico Grazioli lascia la direzione della Gazzetta di Modena. Giornalista di grande esperienza, Grazioli ha trascorso tutta la sua vita professionale nei giornali locali del Gruppo Finegil, ora GNN, contribuendo a rafforzali in quanto migliori interpreti delle realtà locali. Dopo l’ottimo lavoro svolto a Modena, Grazioli passa adesso alla direzione de Il Piccolo di Trieste, altra importante testata del gruppo. Alla direzione della Gazzetta di Modena va Roberta Giani, proveniente dal Piccolo di Trieste e da una recente esperienza nella redazione di Repubblica, profonda conoscitrice del territorio e ricca di capacità innovativa. L’editore ringrazia Grazioli e formula a lui e a Giani i migliori auguri di buon lavoro per i loro nuovi incarichi.  L’EDITORE

____________________________________________ 

di Enrico Grazioli

“Sì, tutto è possibile!”. Una sera di fine novembre, quando Diego ha bussato alla porta, mi è tornato in mente il titolo con cui la Gazzetta di Modena racchiuse in prima pagina l’emozione di ModenaPark, il concerto monstre di Vasco Rossi nel luglio 2017.

Strano che Diego, il fotografo, un tesoro a suo modo, tra i tanti di questo giornale, venisse a quell’ora in ufficio: di solito passa il mattino (è il nostro pusher di gnocchi fritti, borlenghi e tigelle per le colazioni, o se volete le riunioni, di redazione) o nel primo pomeriggio quando, pur con discrezione, deve questionare (usando un eufemismo) su qualcosa che ha che fare con il lavoro.

“Scusa, Dire: mi è venuta un’idea. Fra qualche settimana passa una cometa, nel cielo, e io ho degli amici astrofili con tutta l’attrezzatura a disposizione: possiamo organizzare una community per andare di notte con i lettori in un parco a guardare le stelle?”. E cosa vuoi rispondergli?

Che quella non era una community, ma al più un evento (purtroppo non abbiamo mai trovato un termine migliore, meno formale) riservato agli iscritti alla nostra famiglia internet? Che ci avrebbe pensato la nebbia di dicembre, perché a Modena ci sono ancora le nebbie di una volta, a impedire il tutto? No, non importa: certo che va bene, Diego, va bene, va bene.

Va bene così: tutto era dunque possibile, a Modena e con la Gazzetta di Modena. Persino pensare a un’occasione così, per stare insieme in un altro modo a chi ci legge. A chi, vedendosi indicata la luna, non si sofferma sul dito ma guarda in alto anche se il cielo qua e là si fa fosco: guarda avanti. Come abbiamo sempre fatto nei quasi sette anni vissuti in questo giornale: io a tenerlo per mano e una redazione pazzesca, capace di abnegazione e disincanto, rigore e creatività, a immaginarlo, pensarlo, crearlo con me e insieme a un gruppo di collaboratori generosi quanto preparati e preziosi, splendidi. E a farlo giorno per giorno, uno dopo l’altro, mai uno uguale all’altro.

A partire da quelli del terremoto 2012, che ci cambiarono la vita e il lavoro per mesi e mesi, facendo saltare il banco delle abitudini, cancellando la ruggine latente della routine, annullando la fatica nel senso di partecipazione, restituendoci il valore insostituibile di un quotidiano serio nel mettersi al servizio della sua gente, del territorio che quotidianamente queste pagine raccontano, nelle gioie come nei dolori.
Parola per parola, come le due che proposi ai colleghi di usare a tutta pagina, distese sulle foto simbolo, per le copertine dedicate alle scosse più forti: “Coraggio!”, dopo la prima terrificante botta; “Abbracciamoci!”, quando alle nuove macerie si aggiunse la morte venuta a cogliere chi già stava ricostruendo, dopo nove giorni: nove. Giorni.

Non mesi né anni, perché questa è Modena, questa è la Bassa. E gli occhi straniti, le obiezioni composte e per giunta motivate di chi era in quella stanza restano un ricordo nitido: ma lì ci siamo capiti, subito. Insieme a un fiume impareggiabile di informazioni serviva dire una cosa in più, diversa, per rinsaldare nella sofferenza e nella speranza il legame con i nostri lettori, pescando anche nell’anima la ragione del nostro impegno. Un sentimento che non si è più perso.

Nel seguire tutto ciò che è accaduto: l’impeto delle cronache come quando un fiume d’acqua, non di parole, di detriti e fronde e tronchi strappati alla terra e all’incuria, ha rotto gli argini seminando distruzione, trascinando via con sé vita e certezze; oppure l’emergere del male, del crimine organizzato anche in questa terra per troppo tempo pensata al sicuro, come ci ha mostrato l’inchiesta Aemilia e come Giovanni Tizian aveva raccontato prima di tutti, anni fa, finendo sotto protezione per le parole di piombo a lui indirizzate in risposta al suo fare il nostro mestiere come va fatto.

E allo stesso modo nel tenere sotto controllo (non sotto tiro) chi governa e chi gli sta intorno, nello stimolarli e nel criticarli, senza pregiudizi né timori né compiacenze o reticenze: scegliendo, di capire e di scrivere per aiutare a capire (anche che futuro avrà quello che è stato un modello, per quanto discusso, di indiscutibile benessere distribuito meglio che in qualsiasi altra Italia e che oggi come ogni Italia mostra crepe evidenti); oppure ancora nel celebrare i successi dello sport o accompagnarlo nelle angustie delle sconfitte e persino nei fallimenti, esultando per uno scudetto riconquistato del volley, per le promozioni magiche del Sassuolo e del Carpi o per gli ori di Greg Paltrinieri, ma anche inventandoci quell’atto di devozione che sono state le cronache puntuali, pagelle e interviste comprese, del “campionato che non c’era” nei mesi del Modena escluso dal calcio: un’adorabile follia.


Lo stesso spirito, lo stesso dna, che incontrerà la collega Giani, da domani al mio posto alla direzione della Gazzetta (andrà tutto bene, Roberta, vedrai: e vedrai sarà molto bello).

Perché sì, tutto è possibile e non smetterà di esserlo, anzi. Come lo è stato cercare nuovi linguaggi, codici imprevisti e altri orizzonti nell’informazione quotidiana, aggiungendo strumenti che il normale sfoglio del giornale di solito non prevede: per parlare magari di bambini e ragazzi, di chi e di come li cresce e li educa, li ama; per riscoprire le radici della nostra identità nella rilettura degli anni recenti, che non sono più cronaca e devono cominciare a diventare storia; per scoprire quei piccoli grandi giacimenti di bellezza che questa terra racchiude, coltiva, conserva e che meritano di essere valorizzati e condivisi, a partire dagli splendidi paesi che sono il vero tessuto connettivo di questo mondo speciale: noi abbiamo voluto farlo, narrando storie di persone e di luoghi, di tradizioni e di innovazione, stili di vita e sincere passioni.

Per dare voce a chi spesso non ne ha o non riesce a farla sentire, senza chiudere la bocca a nessuno, perdonando senza difficoltà anche chi è stato capace non di essere in disaccordo, ma solo di offendere. E certo: anche l’accogliere (verbo molto nostro, in tutti i sensi) più che il raccogliere la sfida delle nuove tecnologie come occasione di ampliare ancora la platea di chi ci sceglie, ci ascolta e ci segue, per soddisfarne in qualsiasi momento della giornata e più in profondo la curiosità, il piacere di leggere, il bisogno di sapere e di sorprendersi.

Sulla carta come sul web, sui social network come nelle occasioni riservate a chi a noi ha dato e riaffermato fiducia.

Sì, tutto è possibile: anche che l’editore, che ha sempre sostenuto in ogni forma questa testata rispettandone la sua specificità, mi confermi la sua considerazione chiedendomi una nuova avventura professionale: così lontano, a Trieste, così vicino al suo modo di lasciarci liberi in tutto e da tutti nel tener fede al patto con chi al nostro lavoro riconosce un valore, come si fa con il fornaio da cui compri il pane o con il fiorista che ti vende una rosa: quella rosa, non altre.

E, soprattutto, più che possibile è certo che di un’informazione di qualità e con un’anima pulita c’è oggi più che mai un bisogno assoluto: oggi che il nostro fare semplicemente i giornalisti finisce spesso nel mirino di chi non crede nel bene della conoscenza o, peggio, la vede come un ostacolo ai propri progetti di potere, ai propri interessi.

L’unico nostro, di interesse, è e resterà quello dei nostri lettori. Insieme alla loro stima. Così che oggi, nel salutarvi, l’unica cosa possibile è, invece, dire una sola parola: grazie, a tutti, di tutto. E buona lettura, ogni giorno, della Gazzetta di Modena.

Enrico Grazioli

 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi