L’architetto Silvestri e i restauri del duomo: «Affidiamo la nostra cattedrale alla Modena del futuro»

Elena Silvestri ha progettato il restauro: «Siamo intervenuti ovunque Ora le strutture interne ed esterne sono più sicure e le parti di pregio conservate»

Modena, sul tetto del duomo dopo i restauri

MODENA. «La nostra splendida cattedrale l’abbiamo ricevuta bellissima dal passato e la dobbiamo trasmettere ai posteri: ora è molto più solida perché abbiamo realizzato numerosi interventi di sostanza sulle strutture interne ed esterne». In questi giorni si sono conclusi i lavori di restauro interni partiti nel novembre 2017 e la Gazzetta ha compiuto un sopralluogo accompagnata dall’architetto Elena Silvestri, progettista architettonico e direttore dei lavori architettonici.

Ben ritrovato duomo di Modena! La cattedrale torna a splendere



Architetto Silvestri cosa avete fatto all’interno della cattedrale?

«Abbiamo eseguito numerosi interventi di riparazione e di rafforzamento locale, ponendo rimedio ai vari danni provocati dal sisma del 2012. In particolare sette anni fa ci sono stati problemi importanti sulle volte, che risalgono al 1450, da cui si sono staccati e sono caduti a terra materiali, soprattutto dai costoloni. Tutte le parti sono state rafforzate: le volte, ma anche le coperture, le murature e i torrini esterni».



Entriamo nello specifico partendo dai torrini, le strutture esterne sul tetto della cattedrale.

«Si tratta di elementi molto vulnerabili della chiesa, essendo molto snelli. Quelli originali crollarono già col sisma del 1671 e solo nel primo ‘900 vennero ripristinati. Nei mesi scorsi noi li abbiamo collegati alla struttura sottostante attraverso telai in acciaio, leggerissimi e non visibili dal basso».

Un ampio intervento ha riguardato poi le volte.

«Siamo intervenuti sia sull’intradosso, ossia il lato inferiore delle volte, sia sull’estradosso, la parte superiore di queste strutture architettoniche di copertura. Sull’estradosso abbiamo ridato solidità alle volte risarcendo anche tutte le lesioni utilizzando tra l’altro fibra di basalto annegata in una malta di calce che trattiene i movimenti. Sull’intradosso abbiamo iniettato le lesioni e collegato alle volte i costoloni che si vedono guardando in alto dall’interno: da qui erano caduti dei laterizi, distaccati dalle volte, ma oggi il tutto è consolidato».



Per quanto riguarda le murature?

«Su queste siamo intervenuti con iniezioni di calce all’interno, viste le numerose parti vuote. Abbiamo posizionato delle catene in ferro, elementi reversibili già inseriti nei precedenti interventi storici».

Infine le coperture.

«Abbiamo realizzato collegamenti in ferro di tutte le parti lignee in modo da legare tra loro le strutture».



Chi ha eseguito i lavori e con che fondi?

«La Regione finanzia gli interventi post-sisma: nel nostro caso 900mila euro per i lavori eseguiti da due ditte di Spoleto, CoSIS - Consorzio Stabile e Coo.Be.C Cooperativa di Restauro. Con i tecnici ha lavorato un comitato scientifico attivo dal 2008 oltre agli esperti Tomaso Trombetti dell’Università di Bologna, l’ingegner Mario Silvestri, il responsabile del procedimento Giorgio Piacentini e la sottoscritta».

È stata una manutenzione complicata per la più importante chiesa di Modena?

«Sì abbiamo lavorato con una certa intensità, anche perché il duomo in occasione di tanti terremoti storici dal 1501 al 1820 ha sempre subito crolli e lesioni importanti. Tutto ciò è stato studiato dalla Università di Modena e Reggio e da quella di Bologna: successivamente siamo intervenuti con un progetto mirato, utilizzando tecniche innovative per migliorare il comportamento del Duomo. Ma il vero problema maggiore è stato un altro».



Quale?

«Tenere aperta la cattedrale per i credenti e per i turisti in generale. La cattedrale infatti, pochi giorni dopo le scosse del 2012 venne riaperta almeno in parte, visto che facemmo immediatamente operazioni di messa in sicurezza. Poi siamo intervenuti quando la Regione ha stanziato i fondi e abbiamo lavorato con complicazioni, ma almeno con il conforto dei turisti e dei modenesi».

Oggi la Casa di San Geminiano è quindi sicura?

«E’ in sicurezza molto più di prima perché dobbiamo garantire nel tempo una lunga vita a questo capolavoro del Romanico. Nei lavori abbiamo rispettato l’edificio storico e tutte le sue parti di pregio, con l’alta sorveglianza della Soprintendenza».

Il 31 gennaio per la messa pontificale del vescovo Castellucci entrerà quindi con un certo sollievo?

Ride... « Sperando di riuscire a entrare, sarà un bel momento anche per quanti hanno operato qui». —