Vignola. Zafar, fuga dalle bombe con i cartoni ai piedi: «Sognavo l’Europa, dovevo salvarmi»

Il viaggio di Zafar che ha segnalato le mine piazzate dai talebani in Afghanistan poi è scappato I trafficanti, il viso ustionato in Turchia, i rovi e quel bimbo riconsegnato al padre sulla montagna

MODENA. I talebani sono lì, a poche decine di metri da lui che pascola il suo gregge. Li vede armeggiare sulla strada sterrata, infilare qualcosa sotto il terreno. E capisce. Capisce che presto potrebbe vedere ancora sangue e morti, poco importa siano militari afghani o americani, peggio ancora civili. Allora Zafar, che di anni ne ha 19, decide che l’orrore in cui ha vissuto fino a quel momento e che gli ha già portato via tre fratelli nella insensata logica di una guerra perenne e di spartizioni anche del suo villaggio, va interrotto.

Fuga dalle bombe con i cartoni ai piedi: la storia di Zafar, arrivato in Italia per caso



Zafar allora corre dai militari afghani che sono accampati a pochi chilometri e racconta. Racconta di aver visto piazzare le mine antiuomo e con quel gesto evita una strage. Ma i talebani non possono perdonargli quella spiata («Ogni bomba costa 5mila dollari», racconta) e diventa un ricercato. Gli entrano in casa, battono la zona dove pascola, interrogano i suoi genitori. Ma Zafar è ormai in fuga, il suo papà glielo ha imposto: “almeno salvati tu”.

Questo è il diario di viaggio di un ragazzo coraggioso, arrivato a Vignola per caso, seguendo ciò che il Destino ha disegnato per lui.

«Mio padre ha preso contatto con un trafficante - svela - Un viaggio costato quasi 5mila dollari solo per avere gli agganci giusti e arrivare in Europa. Era quella la mia meta, ovunque andava bene, non sapevo la differenza, ad esempio, tra Germania e Italia. Viaggiavo senza una meta».

Immaginate Zafar mentre si inerpica sulle montagne dell’Iran che percorre a piedi o con mezzi di fortuna. Giorni e giorni in marcia, bisogna fare in fretta “perché se ti trovano sono persone cattive”. Il confine con la Turchia è a pochi passi, ma il trafficante impone una sosta. No, Zafar non vuole fermarsi e con altri tre compagni di viaggio supera la linea immaginaria e si salva. «Ci siamo fermati e i nostri amici venivano bloccati dalla polizia iraniana».

Le suole sono ormai consumate, i piedi fanno male e sono feriti. Il ragazzo cerca di rimediare come può: prende i cartoni dei succhi di frutta, li taglia e li lega alle scarpe. Ma non può continuare. La sosta in Turchia è obbligata. «Per quattro mesi sono rimasto in casa, sdraiato. Avevo i piedi rovinati, non potevo muovermi. Come mi curavo? Con i rimedi che usavamo in Afghanistan, che il mio popolo ha tramandato per centinaia di anni. Infusi, impacchi, acqua e sale. Me la sono cavata e ho iniziato a lavorare».

Che la sua permanenza in Turchia non sia stata facile lo raccontano le gote rosse e ustionate per l’eternità. Un altro segno di un lungo viaggio da profugo coraggioso. Riempiva a mano gli altiforno, le temperature elevatissime gli hanno bruciato il viso. «Ma io volevo l’Europa, non pensavo ad altro. Avevo persino comprato un cellulare. Finalmente sono riuscito a parlare con la mia famiglia».

Il papà fa il regista da lontano. Ricuce i contatti con i trafficanti di uomini e il viaggio riparte. La tappa successiva sono i boschi della Bulgaria dove si viaggia di notte, seguendo la maglietta bianca del trafficante, tra i rovi che ti tagliano le braccia, il viso e le gambe. La Serbia è l’ultimo atto: c’è una montagna franosa da scalare. «Ho visto un padre abbandonare il proprio figlio che non sarebbe riuscito a salire - racconta Zafar - Quel bimbo me lo sono caricato sulle spalle, mi sono arrampicato strisciando, usando il mento come rampino. E gliel’ho riconsegnato». L’Austria gli spalanca il nuovo mondo, il treno lo porta a Milano: ecco l’Italia, la sua nuova casa. —