Modena. Il laboratorio che analizza i pollini per ricostruire le vie della droga

Fa parte dell’Università, è diretto dalla professoressa Mercuri «Studiamo anche reperti biologici per casi di cronaca nera»



MODENA. Se non è Csi o Ris di Parma poco di manca. Le attività che a Modena svolge il Laboratorio di palinologia, archeobotanica e botanica di Unimore, fondato nel 1981 presso i locali dell’Orto botanico dei giardini ducali, riguarda infatti anche le indagini forensi e quelle relative alla droga. Il centro diretto dalla docente di Unimore Anna Maria Mercuri utilizza infatti l’analisi sui pollini di piante e fiori - particelle invisibili che si posano su abiti, peli, scarpe - per fornire perizie utili a risolvere rapimenti oppure serve a scoprire i passaggi di partite di droga. Ma il centro di Unimore - l’unico in Italia con queste caratteristiche - è anche tanto altro come spiega la prof. Mercuri. Partiamo dalle collaborazioni con il mondo forense. «Non è la nostra unica collaborazione e spesso non ci dicono neppure a cosa servono le analisi che svolgiamo con i nostri 8 microscopi e i computer: chi fa indagini ci chiama ma noi non conosciamo le storie dei nostri casi».


Qualche caso seguito?

«Fummo coinvolti in un rapimento e un altro di cui non mi dissero il tipo di reato. Nel rapimento, dopo il ritrovamento della persona coinvolta, analizzammo il polline sugli abiti e sulle scarpe. Fu possibile, grazie a questi materiali tra cui le foglie sotto le scarpe, scoprire con una certa probabilità il luogo di detenzione. Il polline serve a determinare la stagionalità. In una occasione ci chiesero di tentare di ricostruire i vari passaggi spaziali di un panetto di droga, mentre più di recente abbiamo seguito una tesi di laurea collegata con i Ris in cui si spiegava come il polline si depositi nelle narici, sotto le unghie, nei capelli».

Scenari alla Csi e alla tecnologia applicata agli studi, avete altre attività?

«In questi anni ci siamo occupati anche di tanti progetti europei, mentre in un’occasione abbiamo collaborato con le ricerche di National Geographic svolte nella necropoli di Gobero in Niger dove analizzammo la deposizione di fiori e ambiente del Sahara meridionale. Cerchiamo di lavorare con lo stesso entusiasmo che trasmise, a me giovane biologa, la fondatrice del Laboratorio Daria Bertolani Marchetti».

Quali i progetti europei?

«Sono molti, penso ad esempio al Pace - Plants And Culture of Europe che ha avuto molte ricadute perché gli esseri umani si uniscono in varie società molto differenti tra loro. Hanno, però, la caratteristica comune di relazione con le piante, usate per mangiare, vestirsi, costruire abitazioni. Tutto ciò permette di studiare una marea di casistiche e lo dimostra proprio Pace che coinvolge dodici Paesi europei».

Lavora spesso all’estero.

«Ho partecipato, nel Fezzan nel sud della Libia, a indagini sul deserto del Sahara in luoghi oggi purtroppo complicati da raggiungere. Lavorammo in collaborazione con La Sapienza che ha destinato a Modena numerosi reperti che trovammo: pensi che un tempo quel deserto era verde e ricco d’acqua. E poi ho partecipato al progetto europeo Scopsco che analizza nel lago di Ocrida-Ohrid quasi 2 milioni di anni di trasformazioni di biodiversità e clima in Mediterraneo, fin da ben prima dell’arrivo dell’uomo. Abbiamo infine un’altra particolarità legata ai cambiamenti climatici».

Tema molto attuale.

«Studiamo i sedimenti del polline per le oscillazioni climatiche. Le piante sono fondamentali per capire i cambiamenti e dall’analisi del polline conservato nei sedimenti si scoprono molti segreti». —