Modena, Beatrice Pucci: «Con l’arte guardo alla realtà ma da punti di vista inconsueti»

Modenese d’adozione è artista a tutto tondo, dall’illustrazione alla scultura «Ma ciò che più mi rappresenta - dice - sono i film d’animazione in stop motion»

MODENA Si chiama Beatrice Pucci è una illustratrice, autrice di film d’animazione in stop motion, scultrice e disegnatrice. È marchigiana d’origine e modenese d’adozione. Il suo percorso si è sviluppato tra Urbino e Bologna. Espone in Italia e all’estero ed ha curato l’immagine di copertina di alcuni libri per la Casa Editrice modenese il Dondolo (Adil Bellafqih e Barbara Baraldi). Attualmente insegna a Ravenna per il corso “Applicazioni Digitali per le Arti Visive”.

Come sei arrivata a Modena?


«Ho cominciato a frequentare Modena nel 2007 quando ho esposto alla Galleria D406, una collaborazione che continua tuttora. Ma mi sono trasferita da 5 anni per amore e per lavoro».

Sei una artista poliedrica, illustratrice, scultrice e ti occupi di animazione. Quali le tue fonti di ispirazione?

«Sono di diverso genere: ci sono dei maestri che hanno ispirato tutto il mio percorso. Svankmajer per quanto riguarda la stop motion, Osvaldo Licini per la poesia che si cela dietro un’immagine. Ma anche la musica mi ha influenzata; i CCCP, ad esempio, che ascoltavo da adolescente. E infine le fiabe: arrivano all’essenza con semplicità e crudezza. Poi entra nel mio lavoro come fonte di ispirazione tutta quella che potremmo definire la “bellezza della quotidianità”. Nel quotidiano ci sono frammenti di bellezza che, se impari a riconoscere, diventano risorsa essenziale per alimentare l’immaginazione».

Cosa cerchi di trasmettere con la tua arte?

«La possibilità di vedere le cose da un punto di vista inconsueto. È molto difficile trasmettere alle persone un’idea che hai in testa, è necessario sintetizzare il concetto fino all’osso e pensare a ciò che stai facendo come dono da fare all’altro e non a te stesso».

C'è un ambito in cui ti senti più realizzata?

«L’animazione in stop motion è la cosa che mi rappresenta maggiormente. Quando penso a una storia da raccontare con questa tecnica devo mettere in campo tutte le mie competenze. È una forma d’arte completa che necessita di una grande progettazione, manualità e pazienza: per realizzare solo un secondo di animazione servono 24 fotogrammi».

Parlami dei tuoi ultimi progetti, come sono nati, quanto è durato il lavoro per realizzarli...

«Nel corso del 2018 ho realizzato due cortometraggi animati con la tecnica della puppet animation: un video musicale per il brano “Apnea” dell’album “Abatron” di Kekko Fornarelli, dove ho plasmato l’animazione seguendo le note musicali. Lavorare su una traccia sonora è affascinante ma molto complesso perché hai già il ritmo della narrazione, non ti puoi concedere spazio per raccontare un’azione, devi essere preciso e millimetrico. L’altra animazione che ho realizzato è un mio lavoro indipendente dal titolo “Le nozze di Pollicino”. È un primo cortometraggio di una serie legata alle fiabe popolari. Il progetto si chiama FLIP, fronte liberazione immaginario popolare, e prevede la realizzazione di una fiaba per ogni regione italiana». —