Policlinico, stop alle infezioni ospedaliere E il metodo Modena fa scuola in tutta Italia

In 5 anni abbattuto l’uso di antibiotici e la diffusione di batteri resistenti. Risparmiati 1,3 milioni di euro di medicinali



MODENA Risultati eccellenti, ottenuti in cinque anni e frutto di impegno e collaborazione tra le diverse anime dell’ospedale, medici, infermieri, direzione e igiene ospedaliera: così il Policlinico di Modena è riuscito a diminuire drasticamente i tassi di resistenza dei batteri agli antibiotici.


Un problema che in Italia non può essere sottovalutato: secondo l’Istituto superiore di sanità su 9 milioni di ricoveri annui circa il 5/8 per cento dei pazienti contrae un’infezione in ospedale, dalle più banali alle più gravi, come la polmonite. Per questo la strada intrapresa dal Policlinico farà da esempio per altre strutture ospedaliere italiane.

«Siamo riusciti a ottenere buoni risultati passo dopo passo – spiega la professoressa Cristina Mussini, direttore della clinica di Malattie infettive del Policlinico – Tutto ha avuto inizio cinque anni fa in maniera casuale: avevamo chiamato un esperto dell’università di Heidelberg, in Germania, per scrivere delle linee guide interne di terapia. Quando il professor Uwe Frank è arrivato ha visto che c’era un importante problema di aumento dei tassi di resistenza verso alcuni antibiotici. Soprattutto per i medicinali salvavita come i carbapenemi. Ci ha consigliato di agire in due direzioni: sia attraverso un uso appropriato della terapia antibiotica sia con un incremento del controllo delle infezioni».

Per ottenere la massima efficacia dei risultati è stata fondamentale la sinergia «con direzione sanitaria e generale, che hanno sposato la nostra politica, e con l’igiene ospedaliera».

Questa la premessa per l’adozione di un protocollo che prevede alcune semplici regole pratiche come il lavaggio delle mani per il personale. Sembra banale, ma l’utilizzo corretto del gel alcolico può fare la differenza. Sono 5 i momenti in cui ne è previsto l’uso: prima e dopo il contatto con il paziente, prima di una manovra asettica, dopo l’esposizione a un liquido biologico e dopo aver toccato ciò che sta vicino al paziente (lenzuola, arredi, ecc).

«Inoltre su coloro che vengono ricoverati per più di 48 ore, ad eccezione dei bambini – aggiunge la professoressa Mussini – effettuiamo un tamponamento rettale per verificare che non abbiano resistenze agli antibiotici prima di entrare in ospedale. Se positivo, vengono messe in atto le precauzione necessarie ovvero l’isolamento da contatto. È questo il nocciolo della questione: entra una persona in ospedale e, non sapendo che è positiva a una colonizzazione, avviene la trasmissione tramite le mani (non lavate, ndr) degli operatori».

C’è poi la questione delle prescrizioni: «Svolgiamo una consulenza restrittiva sui medicinali ad alto costo e che hanno il maggior impatto ambientale sulle resistenze: parliamo con il medico che li ha prescritti per capire se ci possono essere alternative. Inoltre facciamo una consulenza persuasiva: una o due volte la settimana andiamo nei reparti a discutere tutte le terapie antibiotiche in atto in quel momento. Questo perché l’antibiotico è il farmaco più facile da prescrivere, ma forse quello più difficile da interrompere. C’è sempre il medico un po’ ansioso che allunga la terapia e allora insieme ci si assume la responsabilità di interromperla».

I risultati sono stati eccellenti. Nel 2013 il tasso di resistenza della Klebsiella pneumoniae ai carbapenemi era del 42 per cento e ora è scesa al 4. La Pseudomonas aeruginosa è scesa dal 33 al 9 per cento. La spesa per gli antibiotici è passata da 2,7 milioni nel 2013 a 1,3 nel 2018. Numeri che parlano da soli, ma che non permettono cedimenti: «Manteniamo alta la pressione - precisa la professoressa Mussini - Ogni anno il professor Frank torna e insieme verifichiamo i dati. In più stiamo andando in altri ospedali italiani per illustrare il nostro metodo, la definirei una “catena di Sant’Antonio” positiva». —