Modena, l’Inps spedisce a casa addebiti “impazziti”: condanna del tribunale

I Giudici del Lavoro annullano il valore delle nuove cartelle basati su aumenti fino al 300% senza documentazione

MODENA. Per due volte consecutive, a distanza di due giorni, il Tribunale del Lavoro di Modena ha annullato cartelle di avviso di addebito dell’Inps mandate a modenesi che l’ente riteneva non avessero pagato i contributi corretti in base agli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate. È infatti emerso per la prima volta (i giudici stessi sottolineano la novità del caso) che l’Inps non solo ha continuato a pretendere quei soldi, molti di più di quanti già versati, nonostante la controparte fosse ricorsa alla Commissione Tributaria per far riconoscere le proprie ragioni e poi avesse anche ottenuto ragione, ma non aveva neppure portato al giudice le prove per dimostrare questa differenza sostanziale se non basandosi sempre sullo stesso accertamento dell’Agenzia delle Entrate.

Il primo caso - concluso con una sentenza che annullava l’avviso di accredito di 587 euro e condannava l’Inps a pagare il 50% delle spese a favore della controparte - riguarda un ricorso di due anni fa con il quale un modenese chiedeva l’annullamento dell’addebito Inps per un maggior reddito, rispetto a quanto dichiarato. L’Inps gli chiedeva una maggior contribuzione. L’ente si appoggiava su un accertamento fatto il 6 ottobre 2015 dall’Agenzia delle Entrate nel quale si rettificava il reddito della sua società per il 2011 riconteggiando un reddito imponibile maggiore e quindi un contributo maggiorato di 1.426 euro più sanzioni e interessi. Alla base di questa richiesta l’Inps si basava solo su quel verbale di accertamento; non portava nessun documento contabile che provasse quel reddito maggiore. Ma le irregolarità non hanno trovato riscontri in nessun documento. La Commissione Tributaria Provinciale di Modena, poi, si era espressa a favore del modenese. In mancanza di prove, la pretesa dell’Inps per il giudice non risulta fondata e l’avviso ora è annullato.


Sorte identica per la sentenza di due giorni dopo con le stesse motivazioni. In questo caso, su ricorso di un altro modenese, socio al 50% di una erboristeria, che chiedeva di annullare l’avviso Inps che gli imponeva di pagare 11.325 euro in più. L’avviso risale all’ottobre 2015 ed è stato notificato il mese dopo. Si basava anche in questo caso su un accertamento dell’Agenzia delle Entrate per il 2009, risalente al marzo 2013, impugnato davanti alla Commissione Tributaria Provinciale. Che ha concluso notando gli errori: la quantificazione dell’Inps non solo non teneva conto della riduzione del 50% che la legge concede ai pensionati ma prevedeva un calcolo addirittura di redditi triplicati: la società del pensionato aveva dichiarato 29.929 euro mentre l’Agenzia Entrate sosteneva che in realtà avesse guadagnato 90.900 euro; quindi se il pensionato aveva dichiarato un reddito da socio di quasi 15mila euro, ora gliene accertavano più di 45mila. Ma anche in questo caso non esistono documenti contabili che provino i numeri dell’Agenzia delle Entrate e l’Inps utilizza solo quel verbale. Non solo: la Commissione Tributaria aveva addirittura concluso che reddito era minore da quello dichiarato dal modenese: ora è sceso a 21.260 euro. Quindi il reddito imponibile sul quale si fondano i calcoli Inps è superiore di 8 mila euro a quello accertato. Invece l’Inps continuava a chiedere di pagare tutti i contributi accertati senza interessarsi degli sviluppi processuali favorevoli al modenese. Di qui l’annullamento dell’addebito Inps da 11.325 euro e la condanna dell’Inps a pagare il 50% delle spese del ricorrente. —

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