Colpo alla ’Ndrangheta, 16 arresti in Emilia

L’inchiesta coinvolge anche il presidente del Consiglio comunale di Piacenza e la famiglia Grande Aracri di Brescello

Grimilde, come la strega di Biancaneve, per indicare una società civile che rifiuta di vedere i difetti e le imperfezioni: è il nome che gli investigatori hanno dato all’operazione scattata ieri mattina all’alba e che ha portato a 16 arresti e altri 60 indagati per ’ndrangheta tra le province di Reggio, Parma, Piacenza, Mantova e Pavia. Tra loro ci sono Francesco Grande Aracri, fratello di Nicolino “mano di gomma”, considerato il ras di Brescello e della famiglia di origine cutrese, già condannato in primo grado per Aemilia, e i figli Salvatore e Paolo.

Ma in carcere è finito anche Giuseppe Caruso, presidente del Consiglio comunale di Piacenza, in quota Fratelli d’Italia, ritenuto vicino al gruppo. La Procura Antimafia di Bologna - l’indagine è stata coordinata dal pm Beatrice Ronchi - ha tenuto a specificare come i reati contestati siano precedenti al suo incarico politico in assemblea cittadina, ma secondo la fotografia offerta dal giudice Alberto Ziroldi sarebbe legato alla locale di ’ndrangheta operante in Emilia-Romagna. Al gruppo sono contestati, a vario titolo, associazione di tipo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata dalle finalità mafiose. Nell’inchiesta entrano anche lavori effettuati in Belgio con operai sottopagati, un po’ quanto già emerso in passato con il “sequestro” dei buoni pasto.


Le intercettazioni

Nel dialogo intercettato, Caruso, che secondo il Gip ha un ruolo “non secondario nella consorteria”, spiegava a Giuseppe Strangio che, in relazione alla funzione che all’epoca rivestiva all’ufficio delle Dogane di Piacenza, avrebbe dovuto cercare di mantenere un certo distacco da Salvatore (per gli inquirenti Salvatore Grande Aracri) perché questi, come il padre Francesco, era controllato dalle forze dell’ordine. Sarebbe quindi stato più utile per la consorteria, ricapitola il dottor Ziroldi, che Caruso non apparisse all’esterno come un associato, “al fine di poter agire nell’interesse del sodalizio con più efficacia”.

«Ultimamente - si legge nella conversazione - Salvatore stesso (sottinteso: mi dice) “stai a casa, lasciami stare, vediamoci poco”. Perché? Perché è giusto che sia così... nel senso che io dal di fuori se ti posso dare una mano te la do, compà, perché al di fuori mi posso muovere...guardo, dico, se c’è un problema, dico: “stai attento”. Altrimenti, dopo che si viene “bruciati”, “la gente ti chiude le porte, la gente mi chiude le porte... che vuoi da me... se tu sei bruciato non ti vuole... hai capito quello è il problema...quindi allora se tu ci sai stare è così... loro invece a tutti i cani e i porci è andato a dire che io riuscivo... che a Piacenza io riuscivo a fare i libretti, le cose».

E ancora Caruso, parlando con il fratello, dice: «Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico... Salvatò, non la dobbiamo affogare sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?».

gli altri in carcere

Oltre a Francesco, Salvore e Paolo Grande Aracri, la squadra Mobile di Bologna della Dda, ha arrestato anche nomi già conosciuti nell’inchiesta Aemilia: Claudio Bologna, Albino Caruso, Giuseppe Caruso, Antonio Muto, Francesco Muto, Domenico Spagnolo, Giuseppe Strangio, Pascal Varano e Leonardo Villirillo. Ai domiciliari finiscono invece Gregorio Barberio, Manuel Conte e Davide Gaspari.

F.D.