Serra: malato di epatite per una trasfusione, ma lo Stato non paga

Il 65enne deve avere dal Ministero della Salute 36mila euro e attende il risarcimento da 5 anni. La vicenda iniziò nel 1995



SERRAMAZZONI. Ha avuto la vita distrutta da una trasfusione che gli ha trasmesso l'epatite C, ma oltre ad un calvario di sofferenze, ne continua a vivere anche uno giudiziario contro uno Stato che non gli corrisponde l’indennità, malgrado da 5 anni sia stato condannato a pagare con sentenza ultra definitiva. È l'angosciante, e kafkiana, vicenda di un 65enne di Serramazzoni, F.T. le iniziali, che non riesce a trovare pace dopo una vita di dolore. Tutto iniziò nel 1973 quando, allora 19enne, rimase vittima di un tremendo incidente in moto a Modena, i cui strascichi sono ancora ben presenti. Operato ad una gamba al Sant'Agostino, subì una prima trasfusione. Non si sa però se fu questa a trasmettergli il virus o la seconda a cui venne sottoposto nel '95 in un secondo intervento chirurgico (trapianto muscolare) sempre legato all'incidente. Nel giugno '99 scoprì di avere contratto l'infezione da epatite C: a maggio 2001 si rivolse al patronato sindacale e presentò domanda d'indennizzo in base alla legge 210/1992 che prevede una speciale indennità per gli emotrasfusi. Nel giugno 2003 la prima beffa: no del Ministero della Salute perché, pur riconoscendo il contagio da trasfusione, i danni alla salute non erano ancora abbastanza gravi. Nel 2007 ricorso del patronato, nuova bocciatura: 6 anni per una risposta definitiva in fase amministrativa. Nel 2008 si rivolse quindi all'avvocato modenese Marisa Stura, per la causa presso il Tribunale di Modena. Fu vinta parzialmente nel dicembre 2010: l’indennizzo fu riconosciuto, e quindi venne corrisposta una piccola indennità mensile, ma fatta decorrere dal 2007 anziché dal 2001 perché per il medico del Tribunale il danno si sarebbe avvertito soltanto dal 2007.

Di qui l'appello per il riconoscimento degli arretrati, e nel 2014 la vittoria: riconosciuto il diritto ai benefici della legge 210/92 decorrenti dal 2001. Nel luglio 2014 l'avvocato notificò la sentenza al Ministero perché pagasse le somma dovute: «Nonostante continui solleciti, da allora neanche un soldo per gli arretrati a favore del mio assistito – sottolinea Marisa Stura, avvocato del lavoro – una cosa da far rabbrividire, in capo allo Stato che dovrebbe tutelare i deboli. Che peraltro sono tali per colpa di uno Stato che non ha eseguito i dovuti controlli. Le ho provate tutte: tante volte non mi hanno neanche risposto e quando l'hanno fatto, come di recente, mi son sentita dire che dopo 5 anni non hanno ancora individuato l'ufficio competente per il pagamento. Tempo addietro, per altri casi, ho inviato atto di precetto e ho provato a pignorare i fondi dello Stato presso la Banca d'Italia: niente da fare, perché nel frattempo hanno approvato una leggina che impedisce qualsiasi esecuzione su quei fondi. È una situazione drammatica, da portare a pubblica conoscenza nella speranza che qualcuno si vergogni e finalmente intervenga». Peraltro, non si tratta certo di una cifra stratosferica: circa 36mila euro l’indennizzo di cui discutiamo per una vita rovinata, più gli interessi. «Io ormai sono un uomo disperato – sottolinea F.T. – le mie condizioni di salute continuano a peggiorare e con l'assegno di invalidità non riesco ad andare avanti. Ho cercato di comportami sempre bene nella vita, anche se tutti i miei sogni si sono spezzati a 19 anni e non ho potuto neanche avere una famiglia. Non chiedo la carità, ma quel che mi è stato riconosciuto dallo Stato». —