Carpi Impresa di don Luca Scala il Peak Lenin e tocca i 7mila metri «Quante emozioni»

Il parroco di San Giuseppe Artigiano insieme a Enrico Fedolfi «Ho scoperto l’energia vitale e tanti segni mandati da Dio»

CARPI. In cima a una delle vette più alte del mondo, dopo un percorso che non rappresenta solamente un cammino fisico, ma spirituale e mentale, per ritrovarsi lì, a un passo da Dio e dal cielo in una fusione perfetta tra gli elementi naturali. Don Luca Baraldi, parroco di San Giuseppe Artigiano, ce l’ha fatta. Insieme all’amico e compagno d’avventura sassolese Enrico Fedolfi ha conquistato la sommità del Peak Lenin, oltre 7100 metri, nel cuore del Kyrghyzistan. Una meta tanto desiderata, quanto studiata, arrivata dopo anni e anni di escursioni del sacerdote fra le montagne di tutto il mondo e con la consulenza di Luca Montanari, alla guida di una società di Verona che ha organizzato il viaggio.

Mentre la raggiungeva, don Luca, ha compiuto 41 anni, festeggiandoli ad alta quota: la salita sul Peak Lenin è arrivata dopo due settimane abbondanti di saliscendi durante i quali gli alpinisti hanno provato un turbine di sensazioni talvolta contrastanti, talvolta armoniose.



«Scendendo dalla vetta del Peak Lenin le emozioni che ho provato sono tante - racconta don Luca Baraldi - Certo, non nascondo che prima di ogni altra sensazione quello che ho percepito sia stata la grandissima stanchezza, quasi uno sfinimento. A differenza del mio compagno di spedizione Enrico che ha impiegato otto ore e mezzo a salire, io ce ne ho messe 10 dal campo 3, a cui eravamo arrivati dopo 15 giorni. Ma al di là di questo credo di aver vissuto uno stato d’animo molto particolare: da un lato ho sentito in me la forza della speranza, il desiderio, cioè, capace di muovere passi anche quando non si può ricorrere a nessuna forza individuale (alla nona ora di salita ininterrotta non ne avevo proprio più). Chiamerei questo con una parola greca: Anemos, brezza vitale che anima e rende perseveranti. D’altro canto potrei dire di aver toccato con mano Tanathos, ossia tutta la fragilità e l’inconsistenza di cui sono fatto e che in più di un momento mi ha fatto pensare che quella salita fosse troppo. Anemos e Thanatos, dunque, ma non tanto in una sorta di duello all’ultimo sangue, ma come argini di un fluire di senso di ospitalità datomi nello spazio e nel cammino, per cui essere veramente grato (non tanto alla montagna ma a Dio che ha fatto tutto questo)».

E non sono certo mancati gli aneddoti e le curiosità. «Abbiamo provato felicità. Racconto un piccolo episodio che mi ha dato grande gioia - prosegue il parroco - Erano ormai le 7 di sera, eravamo partiti alle 2 di mattina, e stavo rientrando al campo 3. Salendo l’ultimo strappo che conduceva alla meta (un muro ghiacciato di 200 metri) ecco volare sopra la mia testa tre corvi, di quelli di alta quota. Hanno fatto due planate, poi se ne sono andati. Bellissima visione. Mi ha ricordato la figura del profeta Elia nutrito proprio da un corvo mandato dal Signore. Poi il numero 3, come i pellegrini che resero visita ad Abramo, ma che era Dio stesso. Insomma credo che l’esperienza della spedizione al Peak Lenin, mi abbia dato l’opportunità, per dirlo con le parole di papa Pio XI, che “Mentre, col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l’aria è più sottile e più pura, si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che con l’affrontare difficoltà d’ogni specie si divenga più forti per doveri anche più ardui della vita, e col contemplare la immensità e la bellezza degli spettacoli, che dalle sublimi vette ci aprono sotto lo sguardo, l’anima si elevi facilmente a Dio, autore e Signore della natura”». —