Modena. Claudia Lodesani e l’estate più difficile «Salviamo vite e ci chiamano criminali»

La presidente di Medici Senza Frontiere Italia è modenese: il racconto di settimane tormentate fino all’approdo a Malta di 356 naufraghi 

MODENA Quando venne nominata alla presidenza di Medici Senza Frontiere Italia disse che l’impegno sul campo sarebbe stata la mancanza più grossa da digerire. Figuriamoci in questi ultimi tempi: prima di scendere di nuovo in mare, Medici Senza Frontiere e Claudia Lodesani hanno dovuto aspettare otto mesi per attrezzare una nuova nave dopo lo stop dell’Aquarius, rimasta senza bandiera. E per lei, medico abituato a girare il mondo, sentirsi oppressa dalla burocrazia e dalla politica è una delle peggiori condanne.

Proprio tre giorni l’Ocean Viking ha fatto sbarcare a Malta i 356 naufraghi che hanno atteso 14 giorni di rimpalli: «È molto triste - spiega consolata al telefono Claudia Lodesani - che dobbiamo ripetere lo stesso messaggio ai leader europei, ogni volta sempre identico. Non possono più dire di non sapere della catastrofe in corso nel Mediterraneo. Dopo centinaia di morti in mare e innumerevoli storie di sofferenza, è ora che i leader europei riconoscano questo disastro umanitario e intraprendano soluzioni più umane, a partire dall’istituzione di un meccanismo che consenta un rapido sbarco per le persone soccorse in un porto sicuro vicino, con successive responsabilità di accoglienza e protezione condivise a livello europeo».


Lodesani ripercorre le settimane più complesse da quando guida Msf: «Ci hanno negato anche il rifornimento a Malta. Il clima in cui operiamo è questo. Forse ci si dimentica che se ci fosse un organismo pronto a salvare queste vite, non ci sarebbe bisogno di Medici Senza Frontiere. Noi ci siamo non perchè ci piace, ma perchè siamo medici e non c’è nessun altro a salvare quelle persone».

Sono giorni di tensioni, quando in ballo ci sono centinaia di vite umane: «Come da procedura, abbiamo comunicato con la guardia costiera libica quando è stato il momento, e ci hanno risposto di attraccare a Tripoli. Ma Tripoli non è un porto sicuro, non è riconosciuto tale: noi non riportiamo le persone dove c’è guerra, sarebbe una grande contraddizione e anche una violazione della legge».

E di legge si parla soprattutto da quando il decreto sicurezza ha cambiato lo scenario: «Lo ha peggiorato, cancellando ciò che c’era di buono, anche se noi già dal 2017 ci siamo sentiti ostacolati in tutto e per tutto, criminalizzati perchè medici e soccorritori. È stato, di fatto, smantellato il soccorso in mare. È un dato di fatto che Malta e l’Italia insistano in quella zona di Mediterraneo: cosa facciamo, se naufraga una nave di italiani nel mar del Giappone? Devono annegare tutti perchè non sono in Italia?».

Msf Italia ha il suo monitor su ciò che sta accadendo: «È un dato di fatto che ci sia più gente in strada e meno persone che conoscono i loro diritti. Le anagrafi nei diversi comuni procedono a macchia di leopardo tra riconoscere la residenza e, di conseguenza, il medico di famiglia. Se si vuole impostare una strategia di lungo termine accoglienza e integrazione devono essere i principi sui quali basarsi. È la soluzione non può sempre essere diminuire i fondi. Perchè oggi, dopo le ultime scelte del Governo, ci sono molte meno attività per i profughi, lo psicologo che prima era obbligatorio adesso è una rarità, la scuola di italiano è quasi impossibile da impostare. E nonostante questo, c’è chi i progetti prova sempre a metterli in campo, le esperienze positive ci sono: a Cuneo c’è una squadra di curling di richiedenti asilo, l’olimpionico Campriani allena un gruppo di rifugiati. Questo dovrebbe emergere nei dibattiti tra gli Stati, per riuscire a cambiare la normativa sull’immigrazione. In mare, e non solo in mare, si salva. Poi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità». —