«Caso Bianchini, metodi mafiosi? Io sono perseguitato dai giudici»



Uno straripamento dei poteri dell’autorità giudiziaria dettato dalla volontà persecutoria nei confronti del senatore. Sono le conclusioni delle 14 pagine della relazione che ieri l’ex ministro Carlo Giovanardi ha illustrato alla Giunta per le autorizzazioni del Senato. Al centro c’è l’indagine della Direzione antimafia di Bologna, che in un filone del processo Aemilia ha contestato all’onorevole modenese i reati di minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, minaccia a pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio con l’aggravante mafiosa. Reati gravi, che secondo i pm bolognesi Giovanardi avrebbe commesso tra il 2013 e il 2014, nel tentativo di “salvare” dall’interdittiva antimafia la Bianchini Costruzioni e la Ios, aziende della famiglia Bianchini di San Felice, i cui componenti sono stati poi condannati a 16 anni di reclusione. Contestazioni per le quali il gip di Bologna Alberto Ziroldi ha chiesto di poter utilizzare i tabulati telefonici di quattro conversazioni che l’allora senatore Ncd ebbe nel 2013. E dopo la decisione della Consulta, che nel marzo scorso ha confermato la necessità per il giudice di chiedere l’autorizzazione al Senato, ora sarà Palazzo Madama a decidere. Ma cosa ha detto ieri Giovanardi a Roma? Nell’articolata relazione dell’ex senatore ricorda di essersi semplicemente «prodigato per l’allora incensurato Augusto Bianchini e per il figlio Alessandro: a fronte di questo mio doveroso impegno, non risulta dalla domanda di autorizzazione che io abbia ricavato utilità dirette o indirette, ma solo di essermi impegnato per evitare le ricadute sociali ed economiche derivanti da interdittive sbagliate». Nella relazione, l’ex ministro affronta anche il tema delle presunte minacce all’ex comandante dei carabinieri Stefano Savo: «È vero che gesticolavo e alzavo la voce, come è nel mio carattere, ma le cose dette agli ufficiali erano le stesse ripetutamente espresse in sede parlamentare». Giovanardi chiude chiedendo alla giunta di «sollevare un conflitto di attribuzioni presso la Corte Costituzionale» e invoca il “fumus persecutionis”. —