La villetta di paglia che sa di buono Baluardo antisismico contro l’inquinamento

Viaggio nel cantiere con gli ingegneri Elisa Lancellotti e Luca Cristiani «Ogni giorno col nostro lavoro combattiamo nel nome dell’ambiente» 

la visita



Elisa Lancellotti e Luca Cristiani dell’antico ingegno hanno fatto carta vincente ecosostenibile. La posta in gioco è alta. Stiamo scommettendo sul nostro futuro. Saranno le “case di paglia” a restituire pregnanza etica all’edilizia? Chi ne è convinto pecca forse di ingenuità. È però lecito sperare che l’uso di materiali naturali possa restituire, almeno in parte, il respiro a madre terra.

«Inizia tutto con un’immagine: la sezione di un muro costruito con legno e paglia. Mi basta intercettare lo sguardo di Luca per sapere che condividiamo lo stesso pensiero. Funziona. Certo che funziona!».

Succede nel 2012. Gli “eroi” della nostra storia sono due ingegneri modenesi laureati da poco. Vulcanica ed inarrestabile lei, sobrio e geniale lui. Entrambi tenaci. Entrambi convinti che mettere i bastoni tra le ruote dei pregiudizi («Il più comune? Un’equazione: casa di paglia uguale capanna dei tre porcellini») possa segnare la differenza.

«Per noi era fondamentale individuare un punto di incontro tra l’ottimizzazione delle risorse naturali e la tutela dell’ambiente e della biodiversità. Tenendo sempre presente le esigenze dell’uomo contemporaneo». L’obiettivo dichiarato? Costruire in modo sano, a basso impatto energetico. Ovvero secondo i dettami propri della bioarchitettura e della bioedilizia. Ecco dunque che la giovane coppia di ingegneri – insieme sono mente e cuore dello studio Lancri – decidono di rimettere a frutto un saper fare remoto.

«Ingegnerizzazione dell’antico», per dirla con le parole di Elisa. Quello stesso antico acume che nell’epoca attuale si traduce in un sistema sinergico di materiali rigorosamente naturali. «Sia dal punto di vista della rapidità delle fasi di montaggio, sia in termini di costi contenuti, la casa di paglia non teme il confronto. Lo stesso dicasi per quanto concerne l’inquinamento. L’impatto di un edificio realizzato con materiali naturali è infatti virtuoso. A livello globale, il settore delle costruzioni continua ad essere responsabile di oltre il 35% dell’uso finale dell’energia. Nonché del 40% delle emissioni di anidride carbonica. CO2 che peraltro la paglia assorbe. Ma per assorbire il diossido di carbonio generato da un’abitazione in cemento armato occorrono 40 case di paglia».

C’era una volta in una landa desolata del Nebraska un modesto ricovero costruito con piccole balle di paglia. Immune al rincorrersi delle stagioni, sembrava non invecchiare mai. Potrebbe essere questo l’incipit della nostra storia. Una storia iniziata in America a fine Ottocento ma che poi ha trovato cantori anche in Europa. «Realizzati oltre un secolo fa, intonacati con prodotti a base argillosa o di calce, diversi edifici in ballette di paglia sono rimasti intatti. Penso ad esempio alla Burke-House e alla Pilgrim Holiness-Church, entrambe in Nebraska. Oppure alla parigina Maison Feuillette. Custodita dai muri, la paglia ha mantenuto la sua peculiare sfumatura d’oro, quasi fosse stata appena raccolta. E che la paglia sia longeva, forse addirittura eterna, lo testimoniano anche i cestini recuperati integri dalle Piramidi egiziane. Come è facile intuire, con il passare del tempo la tecnica di allora ha subito l’influenza di numerosi correnti di pensiero. Dopo molto studio e altrettante ore vissute nei cantieri – puntualizza Elisa – abbiamo deciso di sposare la filosofia costruttiva della scuola tedesca promossa da Fasba, al secolo Fachverband Strohballenbau. Ossia un’associazione fondata nel 2002 nell'ecovillaggio di Siebenlinden».

Arrivati a questo punto non possiamo esimerci dal toccare con mano. La teoria è accattivante. Noi però cerchiamo una sostanza convincente. La troviamo in un cantiere alle porte di Bologna. Qui lo studio Lancri, previa demolizione di un edificio preesistente in muratura, è alle prese con un’abitazione privata di 180 metri quadrati. Una villetta su due piani con garage che, oltre a rispettare gli standard termici di una casa passiva – la presenza di una stufa a biomassa sarà sufficiente per scongiurare il rigore invernale - onora tanto i principi dell’architettura bioclimatica quanto la più recente normativa antisismica. «Utilizzata come isolante termico, la paglia funge da supporto all’intonaco. Che a sua volta, essendo a base di calce e argilla, mantiene asciutta la struttura portante in legno. Forti di una buona traspirabilità, gli intonaci naturali contribuiscono al confort igrometrico dell’intero edificio. Perché non provate a respirare a pieni polmoni?». L’esortazione di Elisa è inaspettata. Luca, divertito, alza gli occhi al cielo. Il sorriso parla per lui: «Suvvia, fatela contenta. Non ve ne pentirete». Non del tutto persuasi, iniziamo a mangiare l’aria. E ci sembra buona. «Non è fantastico?». Fantastico? Che cosa ci potrà mai essere di fantastico in un boccone inconsistente? (Che però, strano a dirsi, sa di buono?). «Forse vi siete scordati che questo è un cantiere. E nei cantieri di solito si respira poco e male. Non qui. Nessuno torna a casa con la gola infastidita e le mani che bruciano. L’uso di materiali naturali consente infatti la creazione di ambienti salubri, privi di composti organici volatili». Siamo colpiti. Ma per Elisa tenere testa all’insaziabile curiosità dei neofiti è un gioco da ragazzi. «Questi sono pannelli di argilla fibrati. Sì, solo per uso interno. Posti sul doppio tavolato antisismico, riducono lo spessore dell’intonaco. I pannelli in canapa invece… morbidissimi vero?… garantiscono un ottimo isolamento acustico. No, ciò che state toccando non è cartongesso, bensì la sua alternativa ecologica. Il fibrogesso. Ossia una miscela di gesso rinforzata con fibra di cellulosa ottenuta da carta riciclata».

Quanto è difficile portare alta la bandiera dell’ecosostenibilità in un settore energivoro e poco incline all’ascolto? «Ogni giorno, con il nostro lavoro, combattiamo in nome dell’ambiente. Senza usare l’arma dello sciopero – e la voce questa volta è quella di Luca – lo scoglio non è il cliente finale. Con i clienti condividiamo un percorso di conoscenza e di fiducia reciproca. Da parte loro la comprensione risulta immediata. Il confronto più arduo è con chi opera nel nostro stesso settore. La strada è in salita, ne siamo consapevoli». Consapevoli e determinati. —



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