Cantina Paltrinieri, tre generazioni e il “Sorbara” nato per caso

All'azienda agricola e Cantina Paltrinieri di via Cristo a Sorbara tutto è iniziato nel 1926 con Achille Paltrinieri, è continuato con il figlio minore Giancarlo e continua oggi, con la terza generazione, Alberto Paltrinieri e la moglie Barbara, in attesa della quarta generazione che è ora impegnata sui libri a studiare teoricamente quello che sarà probabilmente un futuro pratico di vigna e Cantina.

SORBARA. All'azienda agricola e Cantina Paltrinieri di via Cristo a Sorbara tutto è iniziato nel 1926 con Achille Paltrinieri, è continuato con il figlio minore Giancarlo e continua oggi, con la terza generazione, Alberto Paltrinieri e la moglie Barbara, in attesa della quarta generazione che è ora impegnata sui libri a studiare teoricamente quello che sarà probabilmente un futuro pratico di vigna e Cantina.

Ora l'azienda Paltrinieri con 17 ettari di vigna, due terzi Lambrusco di Sorbara, un terzo Lambrusco Salamino e un ettaro di Trebbiano, produce circa 120 mila bottiglie l'anno.


«Nonno Achille - racconta Barbara - è stato il capostipite. In realtà era un chimico farmacista, però viveva qua, nella casa dove viviamo tuttora anche noi, circondata da una quindicina di ettari di vigneto. Era una famiglia benestante e aveva la possibilità di fare il vino e lo vendeva. Era “Lambrusco di Sorbara produzione extra”, quando ancora le doc non esistevano». A nonno Achille è subentrato il figlio minore Giancarlo, che ha ampliato l'azienda e ha sviluppato l'attività insieme alla moglie Pierina.

«Hanno costruito dei nuovi capannoni adiacenti la casa - continua Barbara - e producevano due vini: il Rosso, un Lambrusco Sorbara tagliato con Lambrusco Salamino e il Bianco. Erano grandi lavoratori e ci hanno insegnato che “la terra è bassa”, bisogna piegarsi e fare fatica».

Una ventina di anni fa sono entrati in azienda Alberto, figlio di Giancarlo, e la moglie Barbara. Lui ha studiato agraria, lei invece filosofia e aveva anche iniziato l'insegnamento. Poi la nascita dei tre figli e la necessità di dare una mano in azienda, l'ha dirottata a tempo pieno in Cantina.

«Quando abbiamo iniziato, erano anni in cui piacevano i vini un po' più corposi e strutturati rispetto al Lambrusco, con gradazioni alcoliche alte, vini molto scuri - continua Barbara - Così abbiamo cercato di darci un'identità tutta nostra, abbiamo sentito la necessità di distinguerci. Non potevamo continuare a competere con le grandi Cantine. Dovevamo avere qualcosa di diverso, di unico, che parlasse di noi, della nostra terra e fosse irripetibile per gli altri».

“Il Sorbara da solo è più buono”, diceva papà Giancarlo. «Così vent'anni fa abbiamo iniziato a produrre il Sorbara in purezza. Siamo usciti nel ’98, con un'etichetta bianca, molto semplice. Nessuno aveva mai fatto il Sorbara in purezza e gli inizi non sono stati facili, tanto che nei primi anni abbiamo fatto molta fatica a presentare questo vino. Troppo secco, troppo brusco, troppo chiaro».

Così dopo i primi difficili esordi il Sorbara in purezza ha trovato un nome: Sant'Agata, la patrona di Sorbara.

«Solo una santa poteva aiutarci - aggiunge Barbara - e dieci anni dopo, nel 2007, ecco l'anno della svolta. Da un'annata eccezionale, ci siamo accorti che una parte di questo Sant'Agata aveva dei profumi, un sapore e un colore particolari, superiori. È nata così la selezione del Sorbara in purezza: L’Eclisse, 6.000 bottiglie con le quali abbiamo alzato decisamente la qualità della nostra offerta. Da lì l’avvio di quello che noi siamo adesso». La differenza viene dalle capacità professionali di Alberto e Barbara Paltrinieri e dei loro collaboratori, nonchè dall'enologo Attilio Pagli. Ogni minimo dettaglio è studiato, ad iniziare dalle etichette dell'artista Fabrizio Loschi, ognuna delle quali racconta la storia del vino. Poi è nato Radice, un rifermentato in bottiglia, che è il metodo con cui faceva il vino nonno Achille. La particolarità: è un Sorbara in purezza. Quindi c'è Piria, esattamente il vino di nonno Achille, il vino della tradizione: due terzi di Sorbara e un terzo di Salamino. E poi Il Solco, un Salamino in purezza e il Bianco, vino Trebbiano e Sorbara vinificato in bianco, fino ad arrivare alla Riserva.

«Nato da una piccola giacenza di Eclisse - conclude Barbara - eravamo indecisi se rimetterla in fermentazione e imbottigliarla o tenerla. Il nostro enologo, date le caratteristiche del vino, ha deciso di proseguire: prima tre, poi cinque, poi sette mesi, fino a un anno. Tenuto in fermentazione sui lieviti e poi imbottigliato; lo abbiamo anche reso spumantizzato. È uscito questo vino che può prendere la qualifica di riserva. Per cui senza saperlo abbiamo fatto una riserva di Lambrusco. Il futuro? C'è sicuramente la volontà di ulteriori sviluppi - dice Alberto - che non possono prescindere dall'offerta turistica gastronomica e dall'ospitalità». —