Modena. Ennio Sitta, il Dr Stamp: l’artista dei timbri «Un alfabeto di lettere per creare Pop Art»

L’artigiano 54enne è il titolare del negozio Bensone in via Levizzani Una collezione di 4mila esemplari. Magliette e stampe innovative 

MODENA «È vero, ho la più grossa collezione di timbri in Italia e credo anche nel mondo. Non conosco nessuno che ne abbia tanti quanti ne ho e ne uso io. Sono più di 4mila». È una dichiarazione d'orgoglio quella di Ennio Sitta, 54 anni, titolare del famoso negozio Bensone in via Levizzani in centro.

Ennio Sitta, quattromila timbri per creare delle storie

È la soddisfazione di aver costruito un mondo unico di lettere, numeri e immagini che stampa su magliette, carte, fogli e anche sulle scarpe. Sulle All Stars della Converse, ad esempio, azienda con la quale collabora in esclusiva da 5 anni creando copie di scarpe uniche, paio per paio, anche in eventi organizzati che attirano molti giovani. Si fa chiamare Dr Stamp, questo vulcanico artista modenese che crea quadri di pittura vera e anche immagini pop “wahroliane”. Di timbri ne ha da tutte le parti: in negozio, a casa ma soprattutto in un laboratorio dove li tiene catalogati. Ovviamente a modo suo. «Ci devo mettere le mani io - racconta - so come sono disposti: sia per costellazioni di immagini che per tematiche. Mai in ordine alfabetico. Se mando qualcuno, non può che perdersi nel mio caos».



Sitta, come è iniziata questa impressionante collezione di timbri?

«Tanti anni fa, quando ero ancora in corso Duomo, le prime magliette le facevo stampare a caldo o in serigrafia. Ma presto ho capito che c'erano problemi di costi e tempi. Così mi sono chiesto: perché non stampo io direttamente in laboratorio? Così si è sviluppata l'idea del timbro come oggetto creativo che ti fa abbandonare la macchina. È quello che ancora oggi insegno agli stagisti, i ragazzi del Deledda-Cattaneo e del Venturi che vengono qui in negozio. Per creare mi bastano l'idea, le mani e un timbro».

Come è andata all'inizio?

«Mi procuravo dei timbri su legno ma erano in rilievo e venivano male al momento di premerli. Allora ho pensato di crearli con altri materiali e mi sono abituato al "mottez", una gomma particolare. Le stampe venivano bene. Così ho iniziato a industrializzare ogni idea. E' un processo di produzione identico al Design. Ma è anche un lavoro artigianale, per niente industriale. Quindi, può capitare anche l'imperfezione, il piccolo errore. E' chiaro che lavorare in questo modo sviluppa l'attenzione sul singolo pezzo, ma qualcosa sfugge sempre. Ed è quel qualcosa che rende il pezzo speciale se non unico. I clienti se ne accorgono: sono indulgenti e alcuni apprezzano».



Insomma, è qualcosa tra l'arte e l'industria.

«Sì, io la chiamo Pop Art. Se porti in giro i capi con le stampe è anche Street Art. Pop perché sono oggetti che costano poco e seguono i gusti popolari. È la gente che decide cosa vuole sulla maglietta o su carta. E io devo ascoltare e realizzate cosa vuole ogni singolo cliente. Insomma, ascolto, progetto, creo il timbro e realizzo».

Quali sono i gusti pop? Quanto sono stereotipati?

«A Modena sicuramente l'80% dei clienti chiede timbri “local”. Faccio timbri con frasi o battute in dialetto modenese, disegni di monumenti o oggetti iconici della città (il tortellino, ad esempio). Ci sono anche scambi di dialogo: quando ho fatto la maglietta “Bròt caratèr”, mi hanno chiesto quella col timbro “Da bòun”. Tutto è nato da una leggerezza che contraddistingue il mio lavoro che non è così commerciale».



La prima maglietta?

«È stata “Carpi Suzzara Mantova, si cambia”. L'ho fatta proprio nei primi giorni in cui questo annuncio non veniva più fatto in stazione. Avevo individuato in quello slogan abbandonato una universalità locale, un 'appartenenza modenese. Interessava tutti quelli che erano passati in stazione a Modena. Volevo riconsegnare al futuro una frase che il presente ci aveva tolto. E ancora oggi a leggerla sulle mie magliette la gente si emoziona».

Altri artigiani fanno stampe come le sue?

«Non credo. Quasi tutti vanno in serigrafia. Ma le mie erano nate proprio dall'esigenza di lasciare fuori le macchine. Oggi lo insegnano a scuola: progetto, idea, timbro, stampa. E oggi ho un'assistente bravissima, Camilla, 22 anni».


Cos'è un timbro?

«Lo considero un alfabeto di lettere, numeri e immagini. Ogni parola è un elemento che mi permette di scrivere storie straordinarie costruendo contesti. Si può costruire dal nulla una fiaba mescolando dei timbri di immagini. È la combinazione, soprattutto nei “live” (le creazioni-evento dal vivo), che ti permette di avere un approccio simbiotico col pubblico. Fai la maglietta per un ragazzo e poi ci aggiungi del tuo rendendolo contento. Conta anche l'improvvisazione».

Sta parlando di musicalità nei timbri?

«Sì, proprio così. In musica c'è il “timbro”. La sua definizione è che è ciò che non è mai afono. Il timbro ha una voce, esprime sempre qualcosa. Se lo riporti al tuo mondo, ti parla ed è riproducibile (è questo l'elemento Pop). Ed è quindi più vicino a tutti. Quando ho scoperto che se stampo un timbro su carta bianca e dopo coloro faccio un'operazione didascalica; al contrario se coloro e poi stampo il timbro sento una musicalità. La musica è un aspetto estetico come ci ha insegnato Kandinsky».

Come si rapporta con i clienti?

«Devi ascoltarli attentamente. È un'esigenza capire cosa vogliono e realizzare le loro idee. Uno ti spiega come vorrebbe il timbro, non l'hai mai fatto e devi progettarlo e disegnarlo». Ma alla fine non racconti tutto coi timbri». —