Haiti, dieci anni dopo Claudia Lodesani torna in prima linea tra chi ha perso tutto

La presidente modenese di Medici Senza Frontiere Italia di nuovo in missione nell’ospedale simbolo di Port-Au-Prince 

MODENA. Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, si è laureata e specializzata a Modena, ma i confini e i vincoli non facevano per lei, e dopo essersene liberata ha cominciato a liberare gli altri. O almeno a dare una mano. Dopo tredici anni torna in prima linea ad Haiti come coordinatrice medico, e nel ricordare il disastroso terremoto di magnitudo 7.0 che dieci anni fa ha cambiato la vita di un paese intero, prova anche ad attraversare i muri del nostro egocentrico ed inquieto benessere.

Che cos’è cambiato in dieci anni ad Haiti?


«In realtà a parte il terremoto c’è stata anche un’epidemia di colera, ma pochi lo sanno. Per il terremoto si parla di più di 200.000 morti, mentre per il colera di più di 10.000. È stato uno dei più grandi contagi nel mondo, almeno nell’ultimo secolo, e questo ha ulteriormente traumatizzato la popolazione. Dopo il terremoto c’è stato un grande movimento per aiutare il Paese, ma non si è mai concretizzato».

Lei oggi dove presta servizio?

«All’ospedale generale, che dovrebbe essere il più grande di tutta Haiti, a Port-Au-Prince: è stato distrutto in parte durante il terremoto, le ricostruzioni sono iniziate ma non sono mai finite. Io continuo a lavorare nella parte vecchia, mentre rimane un enorme stabile scheletro, e questo è simbolo della mancata realizzazione delle promesse».

Che situazione politica ha trovato ad Haiti?

«Dal 2018 c’è una crisi politica che fa sì che ce ne sia anche una economica, l’anno scorso si sono tenute numerose manifestazioni, la popolazione era adirata con la classe politica per la corruzione. Il sistema sanitario è al collasso, l’inflazione è altissima, le persone che lavorano negli ospedali non vengono pagate e non esercitano la professione, non ci sono farmaci perché i cargo sono bloccati dalle proteste. La gente non sa dove farsi curare».

Che cosa manca?

«Spesso c’è la percezione di grandi numeri che vivono situazioni disperate, ma non di persone, di individui, che vivono ciascuno un loro dramma».

Ha qualche episodio particolare da raccontarci?

«Stanotte abbiamo avuto un parto gemellare, ma era necessario un cesareo. Qui non c’è sala operatoria, siamo in mezzo alle montagne, così abbiamo dovuto trasferire la mamma. È stato molto complicato perché l’ospedale di riferimento non ha la banca di sangue per le trasfusioni, né l’elettricità per operare di notte. Per fortuna, dopo ore e ore, siamo riusciti a trasferirla contattando il direttore sanitario che ha chiamato il ginecologo, e quindi in questo caso è andata bene. Ma non va sempre così: tre giorni fa una paziente ha partorito nel parcheggio dell’ospedale perché nessuno la voleva accogliere e noi non avevamo a disposizione una sala operatoria per lei».

Secondo lei Haiti è stata dimenticata dai media?

«Sì, non se ne parla se non per i dieci anni dal terremoto. È il paese dai Caraibi alla latino-americana con il tasso di mortalità materna più alto, un tasso che è paragonabile a quello di alcuni paesi africani, anche da prima del terremoto, eppure sembra non esistere. Per me è triste il fatto che molti italiani non sappiano nemmeno dove si trovi Haiti, che la confondano con Tahiti...».

C’è più difficoltà per le donne che per gli uomini?

«Sì, soprattutto nella capitale, dove c’è molta violenza urbana dato che la città è controllata da gruppi armati. Quotidianamente riceviamo dai due ai cinque feriti per violenza intenzionale, spesso da arma da fuoco. Si tratta del 60% dei nostri pazienti. Le persone più vulnerabili sono donne e bambini, che non possono nemmeno uscire di casa in modo sicuro nel caso avessero bisogno di cure».

E qui in Italia? Come associazione avete dovuto affrontare momenti complicati sul tema immigrazione.

«In Italia gli attacchi alle organizzazioni umanitarie e a chi fa solidarietà hanno cambiato la mentalità e la percezione nei nostri confronti. Ora la situazione è un po’ migliorata e, dato che facciamo tutto in collaborazione con le autorità marittime, ora posso dire che la nostra cooperazione va meglio. Ciò che non è cambiato, e su cui io invece ripenserei, è il decreto sicurezza: non c’è alcuna programmazione per un fenomeno che comunque persisterà e che va organizzato sul lungo termine. Non c’è volontà di integrazione e la gente è per strada, e questo è ciò di cui si dovrebbe parlare, non di sbarchi. Quelli sono solo la punta dell’iceberg». —