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Ducale a Sassuolo, fermo il laboratorio di restauro del sisma 

Il “pronto soccorso” dei beni danneggiati dal terremoto non è più operativo. I funzionari: «Tre enti statali se lo contendono»

SASSUOLO. Il “Pronto soccorso dell’arte” di Palazzo Ducale, la struttura statale nata dopo il sisma del 2012 per “guarire” le opere d’arte lesionate nella Bassa, ha pressoché azzerato le proprie attività. Quello che fino al 2016 è stato un fiore all’occhiello dedito al ricovero e alla messa in sicurezza di quadri, sculture e oggetti provenienti da tantissime chiese, palazzi e municipi terribilmente colpiti dalle scosse del terremoto pare essere oggi “solo” una sorta di “deposito” artistico.


Un luogo al centro di intricati rapporti burocratici che hanno preso il sopravvento sui 27 restauratori e 40 studenti degli Istituti centrali di Firenze e Roma e di quello de “La Venaria Reale” che hanno lavoratori nei primi anni a Palazzo Ducale. Da oltre quattro anni non c’è più traccia di questi restauratori che arrivavano da Torino, dal fiorentino Opificio delle Pietre Dure e dal romano Istituto centrale del restauro di Roma. La struttura del Ducale, dopo l’ampio risalto dei primi tempi da parte dei vertici del Ministero per i beni culturali, oggi pare dunque avere un’attività pressoché azzerata, con la stessa soprintendente Cristina Ambrosini che assicura che quello di Sassuolo è un centro di conservazione e restituzione dopo la messa in sicurezza e schedatura del patrimonio lesionato. Ma oggi quel luogo è praticamente vuoto, non operativo appunto, come conferma chi frequenta Palazzo Ducale parte delle Gallerie Estensi di Modena e Ferrara: anche se ufficialmente c’è una responsabile, la funzionaria statale Maria Grazia Gattari, coadiuvata da due persone, di stanza però a Bologna.

A Sassuolo il pronto soccorso dell'arte



Dirigenti ed ex dirigenti del Ministero per i beni culturali non solo confermano che la situazione è ferma, ma aggiungono particolari. Chi lavorava lì e in altri uffici ministeriali, infatti, parla senza mezzi termini di «una situazione assurda dettata dall’intrico burocratico che si è creato a seguito della riforma che attualmente ha interessato il Ministero per il beni culturali».

Che la situazione sia complessa lo ribadiscono anche un paio di funzionari: «Quel centro - dicono chiedendo l’anonimato - era nato quando a seguito della riforma Melandri del Ministero l’allora direttore regionale dei Beni culturali Carla di Francesco e l’allora soprintendente di Modena Stefano Casciu lo fondarono al Palazzo Ducale. Dopodiché l’attuale riforma Franceschini ha eliminato le direzioni regionali e la soprintendenza di Modena oggi confluita a Bologna. Sostanzialmente, oggi il centro come spazio fisico è delle Gallerie Estensi, la tutela spetta alla soprintendenza unica di Bologna-Modena, mentre i materiali per i restauri vennero comprati dalla direzione regionale oggi degradata a semplice segretariato senza più poteri amministrativi. Ci sono quindi tre enti statali che si contendono quel luogo».

Un bel grattacapo, dunque, per un luogo una volta molto operativo, tanto che i numeri sono di tutto rispetto per l’arte della Bassa e altri luoghi del sisma. Sono stati 2085 i beni storico-artistici ospitati presso il Centro e 1537 gli interventi di messa in sicurezza. La stragrande maggioranza arriva dalla Bassa modenese, ben 1420. La Diocesi di Modena-Nonantola, ad esempio, ha a Sassuolo 300 pezzi artistici delle chiese di Bomporto, Camposanto, Cadecoppi, Motta, Disvetro, Reno Finalese, Finale, Camurana, San Felice, San Biagio in Padule, San Pietro in Elda, Staggia. Di queste, un centinaio torneranno nelle chiese alla fine dei cantieri di restauro. —